Simona Ghizzoni è l’Ambassador Canon che presentiamo in questo caldo mese di agosto.
Nata a Reggio Emilia nel 1977, Simona ha iniziato il suo percorso artistico studiando Musica e Arte, due passioni che continuano ad essere presenti nel suo lavoro anche oggi.
Dopo la laurea in Storia della Fotografia all’Università di Bologna, Simona inizia a dedicarsi alla fotografia e viene selezionata prima per il Laboratorio Reflexions Masterclass e, in seguito, per il World Press Photo Joop Swart Masterclass.
Fotografa a tempo pieno dal 2005, l’artista si occupa di progetti documentaristici che riguardano principalmente la condizione della donna, mentre, allo stesso tempo, conduce una ricerca sull’autoritratto dal titolo Rayuela, una riscrittura immaginifica del quotidiano.
Tra i suoi lavori più conosciuti ricordiamo Odd Days, un progetto a lungo termine sui disturbi dell’alimentazione e sul lungo e difficile percorso di guarigione; la serie è stata premiata al World Press Photo 2008 e al PhotoEspaña Ojodepez Award for Human Values 2009.

Il fil rouge che ha percorso il mio lavoro fin dagli esordi è una ricerca sulla condizione della donna. Quasi senza rendermene conto, a partire da Odd Days, ho costantemente rivolto lo sguardo alle esperienze di violenza che le donne vivono quotidianamente. 
La donna è sempre stata territorio su cui si sono combattute le più varie guerre di potere. Basti pensare ai disturbi alimentari, che sono, per me, la risposta anche a una violenza sociale e visuale in cui viviamo immersi da una quarantina d’anni. Del ruolo della donna si parla e si straparla, ma incredibilmente, anche oggi, la comunicazione continua a essere pervasa di stereotipi.

Nel 2010 Simona riceve una commissione per lavorare sulla condizione dei profughi iracheni in Giordania e produce il suo primo cortometraggio video “Lie in Wait”, premiato al Milano film Festival.
A questo punto, viaggiare diventa un aspetto fondamentale del percorso fotografico dell’artista, che la spinge a muoversi tra Medio Oriente e Nord Africa, impegnata nell’analisi delle conseguenze dei conflitti sulla vita delle donne, percorsi che trovano sbocco in diversi capitoli di “Afterdark”.
Nel 2013 dirige il suo primo documentario, dedicato alle donne vittime della sparizione forzata nei territori occupati del Saharawi “Just to Let you know that I’m Alive”.
Oggi lavora ad UNCUT, una complessa ricerca fotografica e video sulle mutilazioni genitali femminili in Africa e in Europa, prodotto dallo European Journalism Grants e ActionAid.

Il suo lavoro è stato pubblicato tra gli altri su The International New York Times, L’Espresso, Io Donna, il Corriere della Sera, El Paìs e premiato da World Press Photo, Poyi, the Aftermath project, BBC Arabic Film and Documentary Festival, Margaret Mead Film Festival, Leica Oskar Barnack Award, Sony World Photography Award.
Ghizzoni è co-fondatrice di MAPS e di ZONA.

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