Incontriamo Ruggero Giuliani presso Foto Attualità Cesni, in uno dei tanti sabati d’incontri, mostre, discussioni e fotografia. Di lui ci sorprende subito un’educazione antica: quella compostezza che riconosciamo in pochi, riscontrabile forse anche nelle sue fotografie. Probabilmente si tratta di un’impostazione caratteriale, ma noi vogliamo credere che anche il percorso fotografico lo abbia forgiato in quella maniera; perché lui si avvicina allo scatto maneggiando le immagini di altri, iniziando a pensare, a capire, a suggerire consigli che nessuno avrebbe sentito, ma che gli maturavano nel petto.

Agli esordi desiderava diventare reporter, e non poteva essere altrimenti: era giovane e dentro gli pulsava l’avventura, un sentimento per il quale le stesse strade del suo paese (i primi soggetti) risultavano strette. Col tempo le cose sarebbero cambiate. Inizia a frequentare i professionisti e questi gli fanno intuire come, con la fotografia, tanti oggetti, anche banali, possono scatenare la meraviglia negli occhi degli osservatori. In quei momenti Ruggero comprende, matura, prosegue e accetta la sfida. I suoi oggetti prendono vita, si animano e stupiscono i guardanti; e lui continua, con l’ordine e l’impegno necessari. La sua educazione influenza le sue fotografie: composte oltre la forma e le regole. Un oggetto che meraviglia deve essere scovato, scavato, eroso, accarezzato, svestito e messo a nudo; ma occorre rispetto, come per altre cose nella vita, prima dello stupore.

D] Ruggero, quando hai iniziato a fotografare e perché?

R] La mia vita lavorativa è iniziata da fotolitista, negli anni ’70. Dovevo fare le selezioni (quadricromia). Mi passavano tra le mani diversi tipi di fotocolor e, in quei momenti, nella mia mente sorgevano spontanei dei consigli da rivolgere ai fotografi, soprattutto di ordine tecnico. Ogni giorno imparavo qualcosa in più, anche perché ero un accanito osservatore (cinema, TV). Stava montando la passione per la fotografia, subito affrontata con l’acquisto della prima fotocamera (una Zenith). Uscivo per le strade del paese e scattavo la realtà che incontravo. Oggi il genere si chiamerebbe “street” e, non a caso, ambivo a diventare reporter; sta di fatto che la mia esperienza aumentava, anche perché l’affiancavo alla lettura di tutte le riviste del settore. Ho avuto anche l’opportunità di incontrare autori famosi, come Cito e Giorgio Lotti tra questi.

D] È stata passione, quindi …

R] Sicuramente, che poi è risultata determinante in tutto il percorso della carriera. Mi ero comprato l’ingranditore e stampavo in B/N, com’era usuale a quei tempi.

D] Come hai curato la tua formazione?

R] Da autodidatta, alla stessa stregua di altri allora. Ricordo i manuali e le riviste; tra quest’ultime, “Photo”, ricca delle immagini dei grandi di sempre. Non avevo alcun riferimento e nemmeno conoscevo cosa mi sarei potuto aspettare. Lavoravo in fotolito e, nel tempo libero, uscivo per scattare fotografie.

D] Un inizio affascinante, anche solo a sentirselo raccontare. Dopo cosa è successo?

R] È arrivato il servizio militare, che mi ha offerto l’opportunità di lavorare nell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Lì ho avuto la possibilità di stare vicino alla fotografia, perché si stampavano ritratti e altre documentazioni di carattere storico.

D] Ti è stato d’aiuto quel periodo nell’esercito?

R] Sì e no. Diciamo che è stato risolutivo, perché ho capito che la fotografia avrebbe fatto parte del mio futuro.

D] È stato così?

R] Esattamente. Tornato a casa, mi sono messo alla ricerca di uno studio fotografico presso il quale lavorare come assistente. Ovviamente ho dovuto abbandonare la fotolito, per ricollocarmi come free lance: una scelta importante.

D] Come ricordi quei primi momenti?

R] Sono entrato in contatto con un mondo affascinante. Ho abbandonato l’idea di trasformarmi in reporter, per dedicarmi alla fotografia di studio.

D] Ovviamente ne avevi intuito le differenze, esprimendo quindi una preferenza …

R] Il reporter, in buona sostanza, interpreta e documenta un avvenimento. In studio un oggetto banale veniva trasformato in qualcosa di speciale, maggiormente prezioso. I fotografi presso i quali lavoravo compivano quel miracolo tutti i giorni.

D] Hai avuto degli elementi ispiratori? Dei fotografi che ti siano piaciuti?

R] Ho apprezzato tanti autori e da tutti traevo qualcosa. Ricordo Roberto Dri, Aegerter, Zaugg, Mario Zappalà, i due Marcialis, Aldo Ballo: tutti in auge nella Milano che frequentavo. Anche Oliviero Toscani ha sollecitato le mie corde, assieme al compianto Basilco; seppure il loro genere si distaccasse da quello che sarebbe stato il mio. Ricordo con particolare simpatia e affetto i quasi due anni passati nello studio di Edoardo Mari. Chi fa il mio lavoro, ed è di Milano, sicuramente avrà avuto notizia della sua “Vita Spericolata”. Era un uomo di grande personalità e talento.

D] Quando hai iniziato a lavorare da solo?

R] Nei primi anni ’80. Lo studio l’ho aperto nel 1984.

D] Fotograficamente come ti definiresti? Interprete dello Still Life?

R] Sì, anche se per me ogni lavoro si trasforma in una sfida sempre differente, che sento di dover affrontare: provandoci. Lo stimolo che vivo mi porta a cercare una soluzione, tra composizione e luci. È ovvio che occorre informarsi sempre, particolarmente all’interno del mondo che ci appartiene. Vedere cosa fanno gli altri colleghi è importante: si interpretano le tendenze del momento.

D] Scatti solo in studio?

R] No, assolutamente. Opero anche nelle aziende, e poi in giro: dove capita.

D] Qual è, a tuo parere, la qualità più importante per un fotografo come te?

R] Non saprei; forse la capacità di tirar fuori da un oggetto semplice, qualcosa che attiri l’attenzione. Tutto ciò ti aiuta a comprendere meglio il tuo interlocutore.

D] Ovviamente tu hai iniziato con l’analogico …

R] Sì, in tutte le sue sfaccettature: colore, B/N; e poi, 35 mm, 6X6, 10X12, 13X18, 20X25.

D] Nutri qualche rimpianto per la pellicola?

R] No, nessuno. Cambiano le tecnologie, ma non la sostanza della disciplina fotografica. Oggi lo strumento è maggiormente flessibile e ti consente di sperimentare di più.

D] C’è, tra le tue, un’immagine alla quale sei particolarmente affezionato?

R] No, ma non potrebbe essere altrimenti; perché non riesco neanche a scegliere le foto che preferisco; come potrei legarmi a una in particolare? Allo stesso modo, e forse per gli stessi motivi personali, non riesco ad attaccarmi alle attrezzature. Ho avuto un po’ tutte le macchine, ma ognuna di loro ha rappresentato unicamente uno strumento di lavoro.

D] Allora non c’è un’ottica con la quale preferisci lavorare …

R] Apprezzo le lenti che possiedo, perché rispondono alle varie esigenze che si presentano. Tutto qui.

D] Curi personalmente il ritocco?

R] Sì, con un flusso di lavoro che dipende dal soggetto (oggetto) che debbo ritrarre.

D] Dopo tanti anni di carriera, c’è un progetto rimasto indietro che però vorresti portare a termine?

R] Non c’è un progetto ben preciso, perché ne ho imbastiti tanti, senza però portarne a termine uno. Come dire: li ho accantonati, quasi per stanchezza. Recentemente mi è venuta la voglia di eseguire dei ritratti importanti. Non ho ancora iniziato, forse perché l’idea non è maturata abbastanza.

D] Potessi scegliere, che foto scatteresti domani?

R] Mi piacerebbe produrre una bella fotografia di un altoforno, in un impianto siderurgico dalle dimensioni imponenti, dove si possa percepire (e maneggiare) la luce, il fuoco e il lavoro dell’uomo. Del resto, un conto è vedere il prodotto, un altro è osservare come questo viene realizzato.

D] Scatti anche per te, nella vita privata?

R] Poco, molto poco. Non so perché: forse mi manca l’ispirazione. Se vedo un bel tramonto lo memorizzo solamente: mi basta il ricordo. Se devo uscire per fotografare, è necessario che io sappia in anticipo quale sarà il mio soggetto e cosa dovrò fare; il tutto, poi, dovrà essere d’alto livello. In vacanza porto con me una piccola compatta; basta e avanza.

D] Tra studio ed esterni, dove preferisci operare?

R] Nel mio studio posso utilizzare degli stratagemmi, impraticabili in esterni. Fuori è più difficile fotografare, ma non ho preferenze particolari.

D] B/N o colore?

R] È indifferente. Apprezzo il colore perché lo posso controllare; ma anche il B/N è importante. Mi piacerebbe produrre una brochure in bianco & nero, ma difficilmente troverò un Cliente che me lo permetterà.

D] Stampi le tue fotografie?

R] No, ho dismesso l’attrezzatura. Un tempo lo facevo, ma c’era la camera oscura e tutto il suo mistero. Oggi preferisco rivolgermi in esterni. Cerco sempre di circondarmi di collaboratori d’alto livello, questo per ottenere il miglior prodotto possibile: gli stampatori sono tra questi.

D] Potessi farti un augurio fotografico da solo, cosa ti diresti?

R] Mi piacerebbe riuscire a realizzare una fotografia che rimanga nel tempo: un segno del mio passaggio in questa vita.

D] Un’icona, quindi …

R] Esattamente.

D] Immaginavo una risposta che comprendesse i ritratti, come da tuo desiderio recente …

R] Si tratta di un’idea recente, appena abbozzata, difficile da realizzare: per l’impegno e la cura che vorrei dedicarvi. Eppure hai ragione: un ritratto è eterno, dura per sempre.

Ringraziamo Ruggero Giuliani per il tempo e le immagini che ci ha voluto dedicare.

Canon Italia

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