Pur cercando di evitare la retorica, possiamo dire che la fotografia di Roberto Gatti sia tutta nel desiderio profondo di viverla, magari da più parti.

Per anni ha organizzato Fotoincontri, a San Felice sul Panaro, e anche quest’anno si sta prodigando con l’intensità di sempre. Ci saremo anche noi; non per leccare ferite, ma per esaltare il rispetto: quello di una gente legata ai luoghi e alle proprie tradizioni.

E la fotografia? Quella di Roberto? Bella, concreta, libera, scevra da condizionamenti di maniera. Lui ha imparato con le frequentazioni, stando vicino ai vecchi e ai grandi: prendendo un testimone e portandolo avanti, nella staffetta del tempo. Ama lo sfocato, e lì sembra mettere una firma, ma non disdegna il glamour ed anche il reportage.

Forse ci troviamo di fronte a un Fotografo (la “F” maiuscola) che non smette mai di sperimentare, perché l’idea è nel soggetto e non solo appannaggio dell’io. Ci vuole umiltà, per fare questo; la consapevolezza di avere tra le mani uno strumento duttile e significativo, importante per i risultati che si possono raggiungere.

Lasciamo che per Roberto parlino le immagini. Ci piace sapere che lo incontreremo tra poco, con il sorriso di sempre. Perché per lui fotografare è anche un modo per essere felici, in assonanza col tempo proprio. Forse si può amare con le immagini e il Roberto lo ha capito, prima di tutti.

D] Roberto, quando hai iniziato a fotografare? E perché?

R] Nel 1980, quando sono entrato a far parte del Fotoclub Eyes, a San Felice sul Panaro. Oggi ne sono vicepresidente.

D] Prima, mai scattato?

R] Avevo una Bencini, ma la usavo occasionalmente. La vera svolta è avvenuta nel 1980, anno nel quale ho partecipato al primo concorso fotografico. Ricordo che mi avevano appena regalato una Canon AL-1.

D] Canon da sempre, quindi?

R] Certo. Ho avuto una AE-1 Program; poi una F1, seguita da una T90. Da lì ho fatto il salto nel digitale con una EOS 5D.

D] La “5” come prima digitale?

R] Esattamente, se escludi qualche compatta.

D] La tua è stata passione per la fotografia?

R] Tutto è avvenuto per merito di amici. Luca e Vanni (loro già del circolo) mi avevano chiesto di partecipare alla vita del club, esortandomi anche a iscrivermi al concorso che sarebbe scaduto di lì a poco. Ricordo che un giurato era Franco Fontana. Questi, arrivato in ritardo, decise di guardare i primi scarti, dove appunto c’era il mio lavoro. Vinsi e questo generò in me una grossa motivazione.

D] Motivazione come base della passione?

R] Sì, perché dopo sono arrivate anche le mostre, seguite da tutte le attività inerenti alla fotografia. Passavo le giornate lungo il delta del Po, nella nostra terra. Non ho mai fatto grandi viaggi, così mi concentravo sulla mia gente, non dimenticando abitudini e tradizioni. Mi piacevano tanto le sfocature di Ivano Bolondi e gli infrarossi di Stanislao Farri.

D] Come hai curato la tua formazione?

R] Non ho mai frequentato una scuola di fotografia, neanche un corso. A quei tempi non esistevano nemmeno i tutorial. S’imparava dai più vecchi, ecco tutto; seguendoli da vicino. Loro t’insegnavano le cose che sapevano; e poi ci si confrontava, sempre all’interno del circolo: una vera comunità fotografica. Ricordo che organizzavamo delle proiezioni, nell’ambito di uno spazio chiamato “Luce & Immagini”. Chiamavamo fotografi importanti ed io, guardando quelle esibizioni, vedevo ciò che mi sarebbe piaciuto, i risultati che avrei voluto raggiungere. Diciamo che, nella mia carriera, ho sempre letto poco, privilegiando però l’osservazione: lo sguardo sulle opere di altri.

D] Hai avuto dei fotografi che hanno stimolato la tua ispirazione?

R] Elliott Erwitt è uno di questi. L’ho sempre apprezzato per la vena ironica che riesce a infondere nei suoi lavori. Tra le mie immagini non troverai mai la tristezza: sia che si tratti di B/N, che di colore. Con Giovanni Cozzi mi sono avvicinato al glamour, ma credo di aver imparato molto da Fotoincontri, l’evento che noi del Fotoclub Eyes abbiamo organizzato per anni. I workshop mi hanno dato di meno.

D] Fotograficamente, come ti definiresti?

R] Non sono molto abile nello scrivere, ma utilizzo la fotografia come mezzo espressivo. In pratica, ciò che io faccio con la fotocamera è un ambito che altri affrontano con la penna. Amo vivere la fotografia, ecco tutto; in ogni aspetto. Mi sono dedicato anche all’infrarosso e al Polaroid. Lo spirito però è sempre stato amatoriale.

D] Qual è la qualità che consideri più importante per un fotografo come te?

R] Diciamo che mi piace creare situazioni. Non sono tanto tecnico, ma non ho paura quando debbo chiedere a degli sconosciuti di partecipare alle mie fotografie. A questo proposito voglio raccontarti un episodio. Ero al Bundan Celtic Festival (la manifestazione Celtica che si tiene a Rocca di Stellata, in provincia di Ferrara). Vado là tutti gli anni, perché la manifestazione lo merita ed anche la cornice nella quale si tiene (il paesino e altro ancora). A un certo punto, vedo quattro personaggi addossati a un muro. Il quadretto era caratteristico e parlava tanto di paese: con le seggiole e tutto il resto. Faccio uno scatto di sfuggita, poi mi avvicino e racconto quanto voglio ottenere. Li metto in posa e continuo a ritrarre. Il risultato non viene fuori. Dopo un po’, ecco avvicinarsi un vero celtico. A torso nudo e con gli orecchini, creava una sorta di contrasto forte con gli anziani di prima. Lo scatto è diventato più significativo e ha spadroneggiato su Facebook.

D] Ti piace il social?

R] Amo frequentare Facebook, postando le mie immagini. Ormai la gente mi aspetta e trovo che il tutto rappresenti un bel modo per raccontarsi.

D] B/N o colore?

R] Oggi ricorro maggiormente al colore.

D] Quali ottiche preferisci usare?

R] Utilizzo principalmente due obiettivi: il 70-200 mm f/2,8 (sempre a tutta apertura, per lo sfocato) e il 17-40 mm f/4 per il reportage, le foto da vicino; tra la gente.

D] Scatti ormai da trent’anni. Hai portato avanti tante iniziative, cimentandoti su più fronti. Ebbene, c’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] Quella del progetto è un’idea che mi porto dietro da tempo. Ogni anno mi sono dato un tema, sin dal primo gennaio. C’è stato, per esempio, il periodo dei baci, durante il quale cercavo sempre delle coppie abbracciate; questo anche quando frequentavo altri temi. Un giorno Beppe Bolchi mi chiama a Savignano. Là c’era la responsabile della Polaroid, per la quale avevo portato con me alcuni scatti “immediati”. Pochi minuti prima di tornare a casa, lei li ha voluti vedere e ne ha scelti due per la collezione USA. In cambio ebbi due scatoloni di pellicole, con le quali avrei voluto documentare il Po dalla sorgente alla foce. Il progetto si sarebbe intitolato Po-laroid, titolo che avrebbe sintetizzato soggetto e strumento. Nel tempo sono andato avanti a pezzi, ma il lavoro non è arrivato mai a compimento.

D] Molti provate fascino per il Polaroid …

R] È uno scatto unico, nel vero senso del termine; poi c’è la manipolazione, anch’essa definitiva. Siamo in un ambito opposto a quello del digitale, dove è difficile vendere delle foto “artistiche”: sempre che tu non ti chiami Franco Fontana. Ricordo che scattavo d’inverno, quando la temperatura ambiente avrebbe generato, con lo sviluppo, delle dominanti fredde. Io utilizzavo il riscaldamento dell’auto (e l’abitacolo) per far sì che le tonalità rimanessero calde. Insomma, Photoshop era altrove.

D] Le esperienze non ti sono mancate …

R] Ho sempre continuato a imparare, iniziando dai tanti maestri che ho avuto l’opportunità di conoscere. Scianna mi ha fatto capire come moda e reportage potessero darsi la mano, magari portando le modelle nella propria terra. Di Berengo ho apprezzato il racconto, la ricerca, la capacità narrativa. I grandi, insomma, mi hanno offerto la consapevolezza: quella che rivolgo ai giovani e ai tanti che si avvicinano al nostro circolo per iniziare.

D] Nutri qualche rimpianto per l’analogico?

R] Adesso, no. All’inizio il digitale mi sembrava piatto, e anche freddino; oggi non ne posso fare a meno. Anche la post è comoda e ti permette quella pulizia inarrivabile con la pellicola e gli sviluppi. Me ne sono accorto anche recentemente, mentre sistemavo l’archivio: le foto di un tempo le ho trovate quasi incomplete, questo per via delle poche possibilità d’intervento disponibili.

D] Curi da solo la post?

R] Certo.

D] Utilizzi dei flussi di lavoro particolari?

R] Dipende, ma mai il mio intervento è intrusivo. Certo, le modelle meritano le cure “estetiche” di sempre: vedasi occhi e pulizia della pelle. Circa il paesaggio, livelli e colore sono gli ambiti dove vado a operare.

D] Potessi scegliere, cosa scatteresti domani?

R] Domanda difficile, perché le risposte potrebbero essere molte: retoriche, originali, ricercate. Andiamo sul concreto: per forza di cose ho dovuto ritrarre il terremoto; ebbene, mi piacerebbe rifotografare tutto ancora, ma a riparazioni attuate. In pratica, vorrei che tutto fosse a posto: qui a San Felice, come nel circondario. C’è bisogno di nuovo, per gli occhi e le fotografie; che poi sono la stessa cosa. L’importante è che, nella ricostruzione, non venga esaltato l’inquinamento. Sono un fotografo “di campagna”, non dimenticarlo.

D] La “bassa” modenese, la tua terra, pensi abbia influito sulla tua fotografia?

R] Io direi di sì; credo anche che tutti gli autori abbiano tratto ispirazione dal loro territorio. Io poi sono nato a Rimini e lì l’esempio di Fellini calza a pennello. Anche Franco Fontana, negli anni ’60, ha creato qualcosa di nuovo a partire dai luoghi a lui familiari. Alle volte, comunque, la fotografia mi è utile per apprezzare il nostro mare d’inverno. Dalla pianura fino ai lidi lo spettacolo è a cielo aperto, i particolari sono ovunque. La stessa nebbia ti cambia lo scenario da un momento all’altro. Ebbene, tutte queste cose (assieme all’amore che nutro per questi posti) mi hanno aiutato tantissimo.

D] Il terremoto ha scalfito la tua passione per la fotografia?

R] Durante il terremoto, ho salvato la fotocamera. Alle 5,30 del mattino ero già davanti al castello, crollato come la chiesa. C’era tanta perplessità, tanto sconforto. Poi sono arrivate le tende e, con esse, i momenti per resistere. Sistemavo i dischi fissi dove potevo, ma continuavo: settimana dopo settimana. La fotografia non diventava solo documento, ma un modo per continuare senza strappi, anche quando la terra ha tremato ancora, inaspettatamente, più forte di prima.

D] Stampi da solo?

R] Io quasi non stampo: lavoro solo con i file, che poi sono ciò che restituisco. Possiedo una stampante (Canon anche quella), ma quando devo partecipare ad una mostra mi rivolgo al laboratorio.

D] Potessi farti un augurio fotografico, da solo: cosa ti diresti?

R] Vorrei poter fare sempre ciò che voglio. Non faccio matrimoni, perché sarei costretto a cedere alle volontà di altri, cadendo nei compromessi. Amo fotografare, quando ne ho voglia e perché mi procura piacere. La fotografia deve essere riconoscibile, dovrebbe portare la tua firma.

D] La fotografia anche come felicità, quindi?

R] Assolutamente! Essa è carica, è vita. Ricordo la camera oscura, le attese, l’immagine che compariva nel barlume della luce rossa: sembrava bellissima, poi, vista meglio, eri costretto a stamparla ancora. La fotografia è soddisfazione, ecco tutto. Mi piace anche far vedere i miei lavori, mostrare ciò che faccio.

D] E adesso? Fotoincontri!

R] Sì, per ripartire; anzi, per continuare. Un anno dopo la tragedia, l’evento simbolizza il desiderio di rivincita: contro il destino e le avversità. In tanti hanno risposto: tutti coloro che nel tempo sono passati di qui, sotto le torri della rocca o tra i volti del Magico Carnevale. Scatteremo tante foto di gruppo, con la gioia di sempre; perché il nuovo è dietro l’angolo.

Grazie a Roberto Gatti per il tempo e le immagini che ci ha voluto dedicare.

Canon Italia

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