Andiamo a conoscere Massimo De Gennaro con l’aiuto di Franco Fontana. Ringraziamo il maestro modenese per questo, soprattutto per quanto ne è scaturito: una lunga chiacchierata tra disegno, colori, pittura e fotografia.
 Procediamo con ordine: Massimo è un artista? Certamente, ma non si nasconde dietro questa consapevolezza. In un periodo nel quale esprimersi vuol dire soltanto disobbedire, il nostro dice di aver studiato, a fondo e con rigore. De Gennaro non va contro le regole, bensì le esalta, collocandosi più in alto, dove la realtà si strappa a favore di un’astrazione pura, vera e sincera.
Il rapporto tra pittura e fotografia l’ha vissuto alla stessa maniera. Nasce disegnatore, il padre lo avvicina al colore, respira la propria terra e il tutto diventa una miscela esplosiva che ha bisogno solo della scintilla, dell’innesco. L’incontro con Fontana pare essere stato illuminante, ma noi crediamo che altri fattori avrebbero potuto determinare lo stesso risultato; questo perché, dalla sua, Massimo possiede cultura, conoscenze, passioni e sensibilità. Per questo artista è facile passare dalla pittura alla fotografia, persino inserendo in quest’ultima i dettami di oli e tempere; conosce le discipline, le ha studiate, forse anche sognate. Non solo, gli studi (Massimo è architetto) gli regalano l’istinto compositivo: tra volumi, forme e soggetti. Tutto questo va a costituire un notevole patrimonio di base; un fronte creativo che non ha bisogno di spiegazioni, ma che vive una lirica propria, dove è bello ritrovarsi (come osservatori) anche da soli. 
Già, la solitudine: quella dell’osservatore è una realtà ascetica, voluta, quasi una preghiera; questo a patto che l’artista l’abbia accompagnato fino all’ultimo chilometro, fornendogli il necessario per andare oltre, al di là dell’ultima china. Massimo, con le sue immagini, ci ha concesso questa solitudine creativa; guardandole, ci risuona in testa qualcosa come una poesia a memoria, tra versi e rime. Non ci interessa dove il click abbia fermato il pennello e nemmeno come quest’ultimo sia stato capace di segnare l’istante. De Gennaro è sopra queste cose, non erode nulla; semmai esalta le cose, tracciando poi una via possibile: quella di un fronte creativo largo, imponente.

D] Massimo, quando hai iniziato a fotografare e perché?

R] Ti dico subito perché: per passione, da bambino. Ho poi intrapreso l’arte in maniera maggiormente consapevole dopo l’incontro con Franco Fontana, ventidue anni addietro. Da lì è partito tutto.

D] La passione è stata importante?

R] Sì, fondamentale; anche se, nel mio caso, abbracciava anche il mondo dell’arte. Mio padre era pittore, per cui ho trovato molti stimoli già in famiglia. Amavo molto il disegno, ma il genitore e la Puglia (terra d’origine) mi hanno avvicinato al cromatismo. Franco ha fatto il resto.

D] Hai avuto degli elementi ispiratori?

R] In particolare, no. Il mio pensiero artistico (e fotografico) è sempre stato variegato, anche in rapporto con quanto vedevo. Il nudo, per esempio, ha sempre scaturito in me un grande interesse. Irving Penn è uno degli autori che preferisco.

D] Perché quest’ammirazione per Penn?

R] Per come componeva le scene (anch’io sono molto attento in materia). Persino la sua interpretazione dei soggetti ha sempre incontrato i miei favori, sia per quanto attiene i ritratti, che nella moda. Ovviamente, amo guardare anche Cartier Bresson, ma la ragione è sempre quella: il rigore compositivo. A me piacciono molto le immagini equilibrate, dove si possono leggere con chiarezza gli elementi che le compongono.

D] Però dopo è arrivato Fontana …

R] Lui mi ha intrigato per l’alto livello di astrazione, in aggiunta al colore ovviamente. Tra l’altro, io vedo in Franco un’alta vena concettuale, proprio in un periodo nel quale il genere va molto di moda e molti si fregiano erroneamente di questo titolo. L’arte è sempre concettuale, così come la fotografia, che con Fontana arriva all’astrazione pura. L’invenzione dello scatto, nata per il reale, in realtà arriva a manifestare l’irreale.

D] Come hai curato la tua formazione fotografica?

R] Personalmente, cerco di affrontare tutte le attività in maniera disciplinata. Così è stato per la fotografia. Ho intrapreso studi artistici, applicandomi molto. Prima di Franco, c’è stata una fase tecnica, durante la quale leggevo manuali in continuazione. Volevo impadronirmi dello strumento: profondità di campo, tempi, diaframmi. Sotto certi aspetti, il mio approccio è stato amatoriale. Un amico di mio padre (appassionato anche lui) tenne per me la prima lezione di fotografia e riguardava appunto la profondità di campo, fondamentale per quello che mi riguarda. Io uso la fotocamera sempre in manale, perché voglio il massimo controllo.

D] C’è poi la cura della composizione …

R] Questa l’ho acquisita durante gli studi artistici, poi coronati dalla laurea in Architettura (l’altro mio lavoro).

D] Fotograficamente, come ti definiresti?

R] Sono costretto a una risposta articolata. Come esperienza, sono passato dalla pittura alla fotografia, e da questa alla post produzione. Con quest’ultima ho cercato di ritrovare l’arte del pennello nell’immagine scattata. In pratica, ho applicato la pittura alla fotografia. Recentemente, sto cercando di raggiungere un risultato meno elaborato. Cerco la via della narrazione, quella che porta a raccontare storie. Quando tratto un tema, lo affronto in maniera corposa. Sono un curatore.

D] Qual è la qualità più importante per un fotografo come te?

R] Riuscire a condensare nelle immagini delle suggestioni, reinterpretando la realtà; quella che ognuno di noi è in grado di percepire. Tutti vediamo il lato oggettivo delle cose, anche se in maniera differente. La fotografia “d’arte” è quella che va a rappresentare qualcosa difficile a vedersi. Mi viene addirittura da pensare alle esagerazioni dei fumetti americani: quando Paperino cade dal tetto, fa un buco per terra e si rialza con le stelline in testa. Si tratta di un’assurdità credibile. Ebbene, il digitale si comporta alla stessa maniera: rende vera la finzione. Del resto, questo vale anche per il cinema: spesso è talmente finto da essere percepito come reale.

D] Arte come finzione, quindi …

R] Non proprio: l’Arte è la caricatura della realtà.

D] Conservi qualche rimpianto per la pellicola?

R] Io ho sempre usato la diapositiva, in maniera corposa; raramente la pellicola. Anche questo ha contribuito alla mia formazione. Con le slide, hai a disposizione uno scatto solo: il fotogramma è quello lì. La cura per la composizione ne è stata una conseguenza. Del resto, quello che vai a proiettare è un dato definitivo.

D] Ti manca la DIA?

R] No, anche perché conservo una forte tendenza all’educazione: sin da quand’ero giovane, dai tempi della scuola. Io sono per l’apprendistato, dove tutti i passaggi vengono esplorati con attenzione. Così è stato per il digitale, che peraltro ti offre enormi possibilità. C’è poi la componente tecnologica, verso la quale nutro curiosità e piacere all’approccio.

D] Analogico-digitale: un passaggio indolore, quindi?

R] Si tratta di tecniche differenti, come in pittura: olio, tempera, acquarello e via dicendo. La questione è tutta lì.

D] Come nasce la tua fotografia? Da un’idea? Da un progetto strutturato?

R] M’innamoro delle cose che faccio. Come ti ho detto, affronto i temi fino in fondo. Il mare, per esempio, non è solo un colore, bensì pure un volume, una forma. In aggiunta, c’è il resto: l’ambiente, la gente. Affrontando quel tema, l’ho voluto esplorare a fondo; lo stesso è stato per gli ulivi della mia terra.

D] Occorre impegno per esplorare a fondo un argomento …

R] È il mio modo per affrontare la fotografia, che peraltro applico sempre, anche in viaggio. Quando sono stato a Cuba e all’Avana, da subito ho cercato il tema portante in mezzo a quella comunità variegata. Mi sono messo a lavorare sulle ombre, producendo un lavoro inedito. Non volevo emulare altri autori. La fotografia può essere pericolosa ed io non desidero intraprendere strade già percorse da altri. Il mio approccio è sempre questo.

D] Dopo tanti anni, c’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] Sì, c’è, anche se poi i progetti si accumulano. Quello nel cassetto riguarda il nudo, ma può anche darsi che col tempo mi passi la voglia. Ho sempre disegnato molto, senza mai occuparmi di paesaggi. Vorrei rivedere, in fotografia, quanto affrontato con la matita.

D] La Puglia, la tua terra d’origine, ti ha offerto qualcosa fotograficamente?

R] Di certo il colore: quello è la Puglia, insieme al suo cielo, un altro tema che ho affrontato a fondo. Nel lavoro degli ulivi, ci sono alcuni scatti che riguardano i cieli.

D] Puglia, la regione dai colori intensi …

R] La terra è rossa dalle mie parti e tutti i colori sono accesi. Porto queste cose dentro di me. Mio padre, Nino, dipingeva con dei cromatismi violenti e, fotograficamente, è paragonabile a Franco Fontana. Tutto torna, i cerchi si chiudono.

D] C’è un’ottica che preferisci usare?

R] Tendenzialmente utilizzo il 35 mm. Lo uso anche per i ritratti, un po’ come faceva Irving Penn. Ho provato dei grandangoli più spinti, ma li ho trovati troppo d’effetto.

D] C’è, tra le tue, una fotografia che ami particolarmente?

R] Ce ne sono diverse. Tra le più recenti mi piacciono molte riguardo “gli ulivi”. Anche in quelle sul mare c’è qualcosa che gradisco, ma non riesco a focalizzarmi su uno scatto in particolare.

D] Potessi scegliere, che foto scatteresti domani?

R] Sicuramente una foto di natura, e forse ritrarrei il mare. C’è comunque dell’altro. Io sono un collezionista di arte africana e, se potessi, mi recherei in Mali per affrontare un lavoro sulla cultura e le popolazioni di quei luoghi. Sto attraversando un periodo nel quale dedico molte attenzioni alla gente. In Africa le persone conservano un forte legame con la terra. Il lavoro sugli ulivi è vissuto per le stesse ragioni: l’ho portato avanti perché mi piaceva, ma anche per il fatto che riuscivo a riscoprire un attaccamento ancestrale per quella natura, la mia. Del resto, quegli alberi hanno forza, potenza; ricordano per questo il legno delle maschere africane.

D] Il Mali presuppone un viaggio, orizzonti lontani …

R] Vero, che comunque sono nei miei desideri. A proposito, un altro autore che amo tantissimo è Salgado. Le sue immagini sono impressionanti, arrivano allo stomaco. Mi piacciono tutti quei fotografi che, come lui, possiedono forza e coraggio per giungere a quegli orizzonti.

D] Mi hai detto che ami molto i libri …

R] Sì, perché per me la fotografia non giunge a compimento se non stampata, nasce per quello scopo. Questo è un limite del digitale: esistono tante immagini “liquide” che non arriveranno mai a essere opera finita. I telefonini hanno complicato le cose in tal senso.

D] Ti piacciono più i libri delle mostre?

R] Esattamente. Li voglio senza testo, neanche le didascalie sotto le immagini. La mia idea è pubblicare libri di fotografia!

D] Potessi farti un augurio da solo, cosa ti diresti?

R] Vorrei avere sempre la forza e la capacità di esplorare il mondo, anche senza andare lontano: va bene Modena, la Puglia o in una stanza con gli amici.

D] La fotografia è ovunque?

R] Sì, sempre. Basterebbe possedere una scheda nell’occhio. Quando guardi “fotograficamente”, capita spesso che pensi: “Vorrei fissare questo momento”.

Grazie a Massimo De Gennaro per il tempo e le immagini che ci ha voluto dedicare.

Canon Italia

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