Giuliano Ferrari è di Reggio Emilia e nella sua fotografia traspaiono sempre le pianure che circondano il fiume Po, i misteri di una terra che spesso ci fanno sentire piccoli, quasi comparse agnostiche in un teatro gigantesco; dove una nebbiolina confonde sempre l’orizzonte e un fiume (grande) rende fluido lo scorrere del tempo.
Guardando le immagini di Giuliano, ci vengono in mente storie e modelli, frammenti di vita; anche quei film (di Camillo e Peppone) che iniziavano sempre con: “Questa è un’altra storia che il Grande Fiume racconta”. Magia del bianco & nero? Forse. Miracolo di una regione? Probabile. Una terra che si appiattisce fino al mare non riesce a nascondere nulla, neanche i sentimenti di ognuno. E’ per questo che lì, in Emilia, si accorcia terribilmente lo spazio tra ciò che sei e quanto fai; omertà, false ipocrisie e ideali velati non possono esistere. I sentimenti, tra la gente del posto, sono puri, generosi, “tosti” potremmo dire. Così si canta, da un lato (il melodramma, però) e si fanno urlare i motori, dall’altro; in mezzo l’operosità, l’ingegno, forse anche la pazzia, perché se ce l’hai (dicevamo) non la puoi nascondere. Abbiamo divagato. E il nostro fotografo? Si definisce narratore, ma ha compreso la chiave di lettura della sua terra e del mondo: meglio tentare di cogliere, senza rubare. Le icone non si vivono in loco, perché i soggetti palesi rappresentano solo le quinte della scena. La storia, quella da narrare, vive in silenzio; magari tra i pioppi a ridosso del fiume.
Quella di Giuliano e la sua terra è una storia d’amore che dura da tempo. E allora ci viene in mente un’autrice americana, che ha vissuto a lungo in Cina: Pearl S. Buck. In un suo romanzo, un contadino era abituato a sdraiarsi dentro i solchi del suo campo appena arato. Voleva sentire la natura sul suo corpo. Giuliano fa un po’ la stessa cosa, con un approccio fotografico che diventa rito, costume. Respira i luoghi da raccontare, perché (lui lo sa) la sua terra può suggerire. E’ una buona terra, appunto.

D] Giuliano, quando hai iniziato a fotografare? E perché?

R] Professionalmente, ho debuttato nel 1985; dopo una breve esperienza amatoriale, fatta di circolo, B/N e camera oscura. Avevo trovato un modo per esprimermi. Pubblicavo anche su “il Giornale” (quello di Indro Montanelli), che aveva una pagina locale. Tutta la mia esperienza è maturata lì, nelle cronache di provincia dei quotidiani. Ho lavorato anche per Giacomino Foto, un’agenzia Milanese che distribuiva le mie immagini. Erano altri tempi: le fotografie le portavamo in stazione, per metterle in treno nel così detto “fuori sacco”. Si stampava nel formato 18X24 per accompagnare la notizia. Quel mondo non esiste più. Da un po’ di tempo sto sviluppando una visione maggiormente personale della realtà: più autoriale.

D] Era nata la passione per la fotografia?

R] Direi. Ho lasciato un lavoro “sicuro” (si diceva così) in Cooperativa; questo per mettermi in gioco. Senza un fuoco sacro che bruciava dentro non sarebbe stato possibile.

D] La motivazione risulta importante, quindi?

R] Essenziale, di sicuro. Tuttora è determinante, perché per i lavori personali sottraggo tempo alla famiglia e risorse ai proventi della professione. Sento l’esigenza di scattare delle fotografie per me, al di là che vengano esposte o meno. Terminato un progetto, ne inizio un altro; anche qui con un forte focus sulla realizzazione. Ne nascerà una mostra? Non importa; l’importante è arrivare in fondo. Non so se tutto questo rappresenti un limite, ma sta di fatto che è così.

D] Come hai curato la tua formazione?

R] Da autodidatta. Sono entrato nel mondo professionale con poche competenze; successivamente ho iniziato a lavorare su me stesso, attraverso alcuni workshop. In generale, però, ho sempre cercato una crescita culturale, in tutte le forme possibili (mostre, incontri, autori importanti), questo perché con la tecnica ti confronti ogni giorno. Da sempre m’interessa il linguaggio, perché credo che la “mia fotografia” possa tenersi assieme, e manifestarsi, attraverso il racconto. Detto questo, è chiaro che Photoshop lo devi conoscere; e lì solo i corsi possono aiutarti.

D] Hai avuto dei modelli ispiratori?

R] Parto da una visione del mondo targata Magnum, affiancata a un’altra che parla di neorealismo. Potrei quindi citarti David Seymour, Werner Bischof, Gianni Berengo Gardin: quella fotografia meno legata allo scatto decisivo, ma più romantica. Nel tempo tutto si è evoluto, per cui ho cercato vie più personali.

D] B/N o colore?

R] La partenza è stata “monocromatica” e, ancora adesso, porto avanti abbondantemente quello stile. Con l’avvento del digitale (da CO a camera chiara), il colore è cresciuto; questo perché oggi è possibile il controllo sul risultato finale. La mia visione è comunque ancorata ai bianchi e neri: non possiedo la consapevolezza del colore.

D] Hai iniziato con l’analogico?

R] Ovviamente, con Tri –X. Quella pellicola esiste ancora oggi. C’era prima di me e forse esisterà ancora alla fine della mia carriera.

D] Qualche rimpianto per l’analogico?

R] No, almeno da un punto di vista autoriale. A livello professionale, invece, il digitale ci ha tolto i soldi “facili”. Oggi occorre impegnarsi maggiormente, perché la “democrazia” fotografica non permette più la semplicità. Aggiungiamo poi che, allo stato attuale delle cose, tutti possono fare tutto: dipende dal singolo avere iniziative o meno. Il mio lavoro su Canossa si basa su delle scansioni da pellicola, poi montate assieme; col digitale quel processo è semplicissimo. Per finire, anche la comunicazione è nella mani del fotografo; non può avere alibi, quindi.

D] Gianni Berengo Gardin però sposa l’analogico …

R] La sua scelta è plausibile, persino condivisibile: fa parte della sua modalità espressiva; altri fotografi, però, non potrebbero lavorare senza il digitale. Io, del resto, non sono un estremista. Anche Berengo potrebbe iniziare, anche perché otterrebbe le stesse immagini. Io scatto, per i lavori personali, come si faceva un tempo: non cento foto, ma una soltanto. Per il lavoro è diverso: c’è sempre un motivo per produrre tante fotografie.

D] Curi personalmente il ritocco?

R] Faccio tutto io. Non mi ritengo un grande ritoccatore, questo per dire che la mia post produzione non aggiunge valore allo scatto, di per sé istintivo. Per chiarire, Photoshop non intensifica il contenuto delle mie immagini.

D] Qual è la tua ottica preferita?

R] Direi il 35 mm. Ho fatto dei lavori solo con quello. Non mi piace il grandangolo molto spinto, come va di moda oggi. Credo non si debba avvicinarsi troppo al soggetto; io voglio lui e un po’ del suo mondo.

D] Col 35 mm le distanze con chi s’inquadra non sono così corte …

R] Non c’è l’esagerazione. Trovo sgradevole il trovarmi a cinquanta centimetri da chi ritraggo e non desidero intrudere. Dentro la fotografia non deve esserci la presenza dell’autore: occorre rispetto per il soggetto.

D] Tra le tue, esiste una fotografia alla quale sei particolarmente affezionato?

R] Ce ne sono tante e, poi, a noi fotografi piace la storia che si cela dietro alle immagini che produciamo. Forse la più bella è quella che riguarda un bacio rubato: un evaso viene ripreso dai Carabinieri; la sua donna arriva e tenta di baciarlo, mentre i gendarmi lo sottraggono al suo affetto. Sulla carta viene stampato un frammento di vita toccante.

D] È quindi l’episodio a suggerire le tue preferenze …

R] Di belle immagini ce ne sono tante: alcune per il significato che racchiudono, altre per il contributo che restituiscono al racconto fotografico.

D] Il racconto però è dell’uomo …

R] Vero; ed è per questo che io cerco sempre la sua presenza: diretta, o almeno nelle tracce che ha lasciato. Senza i segni dell’uomo, anche il paesaggio vale poco.

D] Tu scatti per progetto; almeno questo appare guardando i tuoi lavori …

R] Sì, soprattutto quando il fine ultimo è qualcosa che riguarda una mia ricerca. Mi piacerebbe fosse così anche nei lavori commissionati, e può capitare.

D] Molti dei lavori che ti appartengono riguardano la tua terra, l’Emilia reggiana …

R] Sì, è vero.

D] Riesci quindi a trovare lì gli spunti per le tue immagini …

R] Vero anche questo. Ho praticato il reportage anche altrove, ma sono stanco delle fotografie simboliche, colte di forza peraltro. Nei tuoi posti non puoi rubare, ma solo cogliere. Sono convinto, poi, di costruire un patrimonio. La responsabilità di un fotografo “turista a casa propria” risiede nel lasciare qualcosa alla comunità.

D] Torno alla domanda precedente: le terre reggiane ti hanno offerto degli spunti fotografici?

R] Sì, ho avuto dei riferimenti importanti: Zavattini, Guareschi; peraltro, quest’ultimo ha influenzato sicuramente i miei primi lavori. Credo che dalle mie immagini traspaia anche il carattere della terra dove vivo, il nostro modo di essere; magari con un B/N dai neri non troppo chiusi. Poi c’è la nebbia, che compare sempre …

D] E in mezzo scorre il Grande Fiume …

R] Anche quello è un tema che ricorre nella mia ricerca. Tra le nebbie scorre il fiume, con tutta la sua lentezza. Anche durante le alluvioni offre una certa tranquillità: s’impone, ma pian piano. Una volta portava cibo, oggi rende solo fertili le terre. Noi lo andiamo a vedere, con rispetto però. Quando gli passi vicino, lo senti; e quasi sei costretto a gettargli uno sguardo. Ti senti consapevole che può anche punire, se vuole.

D] Ho visto anche un treno a vapore …

R] Sì, accompagnava dei bambini a una gita. Io l’ho seguita, mettendo poi assieme il lavoro “Segnali di fumo”. Se ci guardi bene, vapore o nebbia sono un po’ la stessa cosa …

D] Dopo tanti anni di carriera, c’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] No, anche se a monte di tutto c’è un grande “progetto madre”, in continuo sviluppo: dipingere un affresco di gente e di luoghi, entrambi delle mie parti. Adesso ho iniziato a lavorare anche col telefonino. Insomma, sto facendo sperimentazione, divertendomi peraltro. Da tempo mi porto dietro il desiderio di creare un’icona del nostro paesaggio.

D] Nell’ultimo caso, ti riferisci al solo paesaggio emiliano?

R] No, a quello italiano. Vorrei far leva sulle tipicità, anche stereotipate: il Colosseo, la torre di Pisa, fino a realtà minori.

D] Fotograficamente, come ti definiresti?

R] Un narratore di storie, avvezzo all’uso dello strumento fotografico.

D] Abbini le immagini alle parole?

R] Non ne ho gli strumenti, forse neanche le capacità; mi posso limitare a qualche frase …

D] Secondo te, qual è la qualità più importante per un fotografo come te?

R] Un fotografo deve leggere molto, ed io l’ho fatto. Per alimentare la cultura visiva, occorre addentrarsi a fondo in quella letteraria.

D] Potessi scegliere, cosa fotograferesti domani?

R] Domanda difficile. Probabilmente mi dedicherei a “Diavolo”, il nome di battaglia di uno degli ultimi partigiani ancora in vita. Anche lui fa parte della nostra storia.

D] L’Emilia, che bella regione. Per certi aspetti, però, risulta quasi implacabile; perché ti avvicina alla vita e alla morte, portandoti tutto a ridosso della mente …
R] Sì, le storie, quelle delle quali mi occupo, vivono all’interno del circolo della vita; in caso contrario, non sarebbero nemmeno tali (storie, appunto). Alcune finiscono bene, altre male.

D] Potessi farti da solo un augurio fotografico, cosa ti diresti?

R] Lo hai capito: vorrei lasciare un segno del mio passaggio. Mi piacerebbe che qualcuno scoprisse il mio lavoro; non per una questione di notorietà, bensì semplicemente a causa dei punti fermi che sono riuscito a mettere.

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