Raggiungiamo Giorgio Maiozzi nel suo studio, al telefono purtroppo.

Apprezziamo da subito la sua cordialità ed anche la “tonalità” romanesca della sua voce.

Ci parla delle sue passioni, relative al tennis e alla fotografia; anzi, ci precisa come entrambe si siano alimentate a vicenda, a tal punto, che non riesce ad immaginare l’una senza l’altra. Noi gli diamo retta, ma pian piano questa visione duplice non ci convince, perché ci deve essere dell’altro.

Ci accorgiamo, per esempio, che gli piace il reportage, il ritratto ed anche l’immagine notturna.

Che si tratti di discrezione? Di modestia?

Forse, ma l’equilibrio formale dei suoi scatti ci impedisce un’analisi caratteriale.

Crediamo viceversa che la “doppia passione” (tennis più fotografia) in Giorgio abbia rappresentato unicamente un modo di vivere, o forse una via per farlo.

In lui abita anche il sogno: cose che hanno bisogno di puntelli per vedersi realizzate e ritratto, reportage, paesaggio e moda, sono tutte strade possibili; da intraprendere solo, e se, una spinta ulteriore chiuda il cerchio. Le qualità fotografiche ci sono tutte.

Non ci sorprenderà se un giorno incontreremo Giorgio in altri ambiti, sempre però abitati dalla fotografia e dal colpo d’occhio che lui gli dedica.

D] Giorgio, quando hai iniziato a fotografare? E perché?

R] Ho iniziato nel 1985, con la moda. Avevo un amico modello e vivevo in una città (Roma) nella quale al tempo si respirava il fashion: questo per via di stilisti importanti, che si mettevano in mostra in manifestazioni d’alto livello. Chi non ricorda le sfilate a Trinità dei Monti? L’ambiente era interessante, impreziosito dagli scenari e, perché no, dalle modelle. Oggi tutto è cambiato.

D] È stato il fashion a folgorarti?

R] Non direi. Io ero appassionato di fotografia dall’età di vent’anni. Il fuoco sacro mi ardeva dentro e io lo assecondavo con la mia Yashica FX-3, poi cambiata per una Contax. Certo, le sfilate mi piacevano; ma appena la mia professionalità divenne più consistente, capii che occorreva adattarsi, scendere a compromessi. Insomma, non era semplice; per una “torta”, poi, che non risultava così grande per lo spazio che io stavo cercando.

D] Da lì il passaggio al tennis?

R] Il tennis era il mio sport preferito, anche come praticante. Mi è capitato di collaborare per Tennis Lazio, su loro proposta. Era il 1986 e io ricevetti il primo accredito per gli Internazionali di Tennis: un sogno! Da allora ho seguite ventisei edizioni.

D] Subito dopo la scalata?

R] Tutto è venuto per gradi, ma abbastanza velocemente. Da una rivista regionale sono passato ad un’altra a carattere nazionale; e poi, nel 1990, sono arrivati i tornei esteri: Parigi, Australia, US Open, Wimbledon, le Coppe Davis. Ho avuto la fortuna di scattare nel primo torneo in Russia ed anche al debutto degli open a Pechino (1993).

D] Una vita da giramondo …

R] Esatto. Dopo la nascita del primo figlio (1998) sono stato posto di fronte a un bivio: da un lato la famiglia, da un altro il tennis. Mi accorsi che, lontano da casa, stavo anche male. A quel punto fondai Uthopia, un’agenzia di comunicazione, che mi permetteva una vita più stanziale. In tanti anni di tennis avevo sviluppato una rete di contatti con tante aziende, ed erano loro a chiamarmi: per organizzare l’ufficio stampa, gestire le relazioni esterne, costruire gli eventi.

D] Uthopia è la tua occupazione di oggi?

R] Esatto. L’azienda con cui lavoro maggiormente è la Mercedes, che è stato lo sponsor principale dell’ATP per dodici anni. Io avevo conosciuto i loro rappresentanti agli Internazionali del Foro Italico.

D] La passione è stata comunque importante?

R] Direi determinante. Io, dal canto mio, ne ho messe insieme due. Non credo di essere un fotografo completamente dedito all’immagine. Tutto è andato bene perché “scatto” e tennis si motivavano a vicenda. Non so cosa sarebbe successo se una delle due fosse venuta meno, soprattutto se non avessi dovuto più ritrarre gli eroi della racchetta. Questo per dirti che mi trovavo bene vicino alla terra rossa di Roma o al cemento degli US Open.

D] Come ti definiresti? Fotograficamente, intendo?

R] Un fotografo di reportage. Cerco di dare il meglio di me nel catturare istanti, espressioni, sensazioni. Il fatto che io documenti lo sport non toglie nulla a quanto ti ho detto: si tratta sempre di un trasferimento di atmosfere, nelle foto e a chi le guarda.

D] Qual è la qualità più importante per un fotografo come te?

R] Il colpo d’occhio, credo: capire un secondo prima quello che sta per accadere; insomma, anticipare ogni attimo. Qui conta anche l’esperienza, perché gli istanti salienti non vanno persi. Nel tennis ci sono momenti nei quali capisci se un giocatore sta per spaccare la racchetta o litigare con l’arbitro.

D] Esperienza come qualità fondamentale, quindi?

R] Sì, sommata alla sensibilità: la stessa che ho sentito crescere man mano che la carriera andava avanti. La foto la devi andare a cercare: con pazienza e fatica. Anche l’attrezzatura è pesante, credimi.

D] La moda l’hai abbandonata completamente?

R] Sì, assolutamente: ero completamente preso dalle gesta dei tennisti. Qualche catalogo l’ho scattato, ma si è trattato di lavori marginali.

D] Il tuo inizio è analogico: dico male?

R] Non potrebbe essere stato altrimenti.

D] Qualche rimpianto per le vecchie tecnologie?

R] Mi ricordo di quando portavamo i rullini allo sviluppo: lo stomaco era in subbuglio. Il lavoro è cambiato, non c’è che dire: mancano le dieci ore passate sul tavolo luminoso a guardare le DIA col lentino. Quando le cose andavano bene, ti sentivi molto soddisfatto.

D] Il rimpianto c’è, quindi?

R] Beh, forse è solo nostalgia. Una volta chi aveva “il manico” saltava fuori: nulla a che vedere con la semplicità di oggi; poi dovevi stare molto attento, perché i rullini costavano e, con loro, il relativo sviluppo.

D] Un cambiamento epocale, comunque …

R] Che nel mio caso è iniziato prima …

D] Cioè?

R] Col passaggio alla EOS 1: quella macchina ha cambiato la storia della fotografia. Tieni conto che io provenivo da CONTAX 139 e che la EOS 1 (la mia era una “n”) possedeva il primo Auto Focus realmente funzionante. Non puoi immaginare la soddisfazione che ho provato nel passare da un Tamron 300 f/2,8 alla stessa focale Canon: una festa!

D] La soddisfazione è continuata col digitale?

R] Eccome! Anche la EOS 1D è stata una grande macchina, una di quelle che ti cambiano la vita. Le EOS hanno rappresentato le “pietre angolari” della mia carriera.

D] Fotograficamente, come è cambiato il tennis?

R] Adesso tutti i giocatori hanno la tendenza ad esagerare con i gesti di esultanza o di auto incitamento. Prima era tutto più discreto. Del resto, anche il mondo è cambiato: c’è meno pudore, sembra quasi che lo show sia obbligatorio. Ai giorni nostri, poi, il gesto tecnico è molto più veloce. Anni addietro, con 1/500 fermavi la racchetta; oggi è necessario 1/1000.

D] Il tennis femminile è cresciuto, comunque …

R] Sicuramente, particolarmente nei termini del gradimento; merito anche della bellezza. Sono poi venuti fuori dei personaggi interessanti: la Graf, le Williams, la stessa Sharapova. A Roma, durante la finale, tutti tifavano per lei.

D] Le quote rosa in auge, quindi …

R] Sì, anche se il fenomeno è maggiormente legato ai tornei dello Slam.

D] Giorgio, dopo tanti anni di carriera, c’è un progetto rimasto indietro che vorresti portare a termine?

R] Diciamo che ci sono delle aspirazioni non ancora esaudite. In primis, mi sarebbe piaciuto fare un reportage di guerra. Se ci pensi, il reportage “serio” è quello lì: partecipare e documentare un evento che traccia la storia.

D] Dal tennis alla guerra …

R] Il passo non è breve, ma il tema fotografico mi ci ha fatto riflettere molto. Un’altra aspirazione era quella di organizzare, con le mie immagini, una mostra storica sugli internazionali di tennis: quasi uno sguardo indietro sugli ultimi venticinque anni. Ci sto provando da tempo, senza successo però. Gli ostacoli sono sempre tanti, tutti burocratici, compresa la cecità organizzativa. Io vorrei montare le immagini all’aperto, in centro città, in una sede delocalizzata rispetto al Foro Italico. Credo che l’importanza dell’evento lo meriti, perché siamo ai livelli della Formula 1 a Monza o del motomondiale. Non bisogna aver paura di portare il respiro del tennis in centro città: potrebbe interessare tutti, anche quelli che non si recano sui campi di terra rossa per assistere ad un singolare. In tutto il mondo si organizzano eventi collaterali.

D] Giorgio, hai avuto degli elementi ispiratori?

R] No, forse perché non ho frequentato scuole di fotografia: mi sono fermato al Feininger.

D] Un classico, l’ho letto anch’io; c’è comunque un fotografo che ti ha impressionato più di altri?

R] Certo: Robert Capa o Henry Cartier Bresson; ma nessuno, né loro né altri, ha funto da elemento ispiratore.

D] Poca formazione, quindi …

R] Tanti libri e molte esperienze: ecco tutto. Sono un “fotografo di strada”, anche se col digitale qualche corso l’ho seguito.

D] Sei però un formatore …

R] Sì, ed è una scommessa che mi piace affrontare con i ragazzi. Fino ad adesso ho tenuto dei momenti formativi solo per amicizia e posso dirti che il ruolo del docente mi intriga.

D] Cosa ti piace di questi Academy, dell’incontro tra Canon e Promofast?

R] Vedo un progetto che potrebbe allargarsi anche in altri ambiti. Mi piacerebbe portare alcuni alunni nelle “buche” del Foro Italico, perché è molto emozionante; quando ho calpestato per la prima volta l’erba di Wimbledon, mi tremavano le gambe. La formazione, però, deve essere alla portata di tutti: perché di opportunità ce ne sono tante, con il grande pubblico sempre distante. Un corso deve essere vicino alla gente, ed il Canon Academy lo è.

D] Sei contento?

R] Sì, assolutamente.

D] Nel tuo sito vedo anche dei ritratti …

R] Il ritratto è un genere che mi piace, soprattutto se applicato senza pose, spontaneamente. Amo molto le espressioni dell’attimo. Ho avuto occasione di ritrarre persone famose e lì le difficoltà sono enormi, per via del poco tempo che ti concedono. Ci sono poi le belle facce, tipo quella dell’architetto Fucsas (uno scatto che è tra i miei preferiti). In generale, il ritratto lo vedo all’aperto o ambientato: molto meno al chiuso o in studio.

D] B/N o colore?

R] Colore tutta la vita.

D] Curi personalmente la post produzione?

R] Sì, anche se credo che potrai fare di più. Sono comunque molto scrupoloso e il processo mi porta via tanto tempo. Non faccio grandi cose, ecco tutto.

D] C’è uno scatto, tra i tuoi, che consideri il preferito?

R] Sì, ce ne è uno: si tratta dell’esultanza della Sharapova, la prima volta che è venuta a Roma. Aveva passato i quarti ed era estremamente felice: le brillavano gli occhi, come se avesse vinto Wimbledon. È la più bella immagine di fine mach che sono mai riuscito a cogliere, che poi mi evoca tanti bei ricordi.

D] Incontri Canon con la EOS 1?

R] Sì, come ti ho già detto.

D] Che lenti usi?

R] 200 f/1,8 (una lente eccezionale); 70-200 f/2,8, 24-70 f/2,8; 17-40 f/4, 14; 1,4X.

D] Scatti anche in famiglia?

R] Sì, però uso la G10: la fotocamera che mi porto sempre dietro. La utilizzo per lo più in vacanza, anche in ambito video.

D] Stampi le foto?

R] No, è raro.

D] Qual è la tua lente preferita?

R] Il 24-70, ma anche il 200 f/1,8: due ottiche di grande soddisfazione.

D] Hai uno studio?

R] Sì, una piccola sala di posa, che peraltro uso molto poco. Sto cercando di trovare un po’ di tempo per utilizzarla al meglio.

D] Tu però preferisci gli esterni …

R] È vero. Te l’ho detto, sono un “fotografo di strada”.

D] Roma ti ha influenzato un poco? Fotograficamente intendo?

R] Credo sia stato importante il carattere della gente. Qui si prendono le cose per il giusto verso. E poi Roma mi ha dato gli Internazionali di Tennis: l’opportunità della mia vita.

D] Guardo ancora il tuo sito: vedo molti notturni.

R] È vero, non ci avevo neanche fatto caso. In effetti le foto al crepuscolo mi piacciono molto, particolarmente quelle scattate prima che il sole tramonti del tutto.

D] La famosa “ora blu” …

R] È un momento magico per scattare fotografie.

D] I notturni ti sono utili commercialmente?

R] No, diciamo che li colgo per un piacere personale: non faccio stock. Gli eventi che organizzo possono restituirmi dei bei notturni, che poi enfatizzano la situazione.

D] Da formatore Academy, che consigli ti senti di dare a dei giovani che vogliono iniziare con la professione della fotografia?

R] I consigli che vorrei offrire sono due. Per prima cosa, occorre tanta convinzione nel far diventare mestiere ciò che risulta essere una passione; come secondo punto, non bisogna abbattersi mai. Anch’io all’inizio ho preso tanti schiaffi, subendo poi delle umiliazioni “indimenticabili”. Si pena molto: questo prima di arrivare al bello della professione fotografica.

D] Come in tutte le cose della vita …

R] Credo un po’ di più, perché il giudizio ti arriva in maniera diretta e implacabile. Ricordo che portai a fare vedere un lavoro, quando ero ancora nella moda; mi trattarono così male, che fuori piangevo. In quel momento, però, mi sono convinto a continuare. “Saranno loro a chiamarmi”, mi dissi; ed in effetti fu così. Le batoste servono a chiamare la reazione: se non viene fuori, la voglia di fotografia lascia un po’ a desiderare.

D] Se potessi farti un augurio da solo, cosa ti diresti?

R] Mi piacerebbe lavorare per una rivista di viaggi, producendo un buon servizio. Ho già collaborato con “Elite”, con quattro o cinque lavori. Seguivo il tennis, poi documentavo le località vicine: completando il tutto con un articolo descrittivo (sono giornalista). Oggi mi piacerebbe farlo per “Dove” o “Gente Viaggi”.

D] Il viaggio ti è rimasto dentro?

R] Sì, amo molto viaggiare.

D] Alla fine di cose ne hai fatte molte, fotograficamente intendo: sport, moda, ritratti, notturni, viaggi. Non credo ti rimangano molti altri sogni …

R] Beh, ho un altro sogno nel cassetto, peraltro sorto di recente: vorrei girare un corto con la EOS.

D] Hai un soggetto?

R] No, ho solo scritto un’idea; un amico, invece, ha un soggetto molto carino. Lui è un fonico, che viene da Cinecittà. Conosce molti attori emergenti e credo che qualcosa si possa fare.

D] Siamo partiti dalla fotografia e siamo arrivati al Cinema …

R] Tutto coerente, credimi: la EOS l’elemento legante.

Grazie a Giorgio Maiozzi per il tempo e le immagini che ci ha voluto dedicare.

Canon Italia

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