Ci vuole un briciolo di umiltà, soprattutto quando si affrontano autori del calibro di Franco Sortini. Così abbiamo deciso di utilizzare le parole che a lui ha dedicato Franco Fontana, nelle quali ci riconosciamo.

Franco Sortini, ovvero il paesaggio come risultato della sottile alchimia che unisce la visione dell’ambiente naturale alla cultura, alle emozioni e alle sensazioni interiori del fotografo creativo.
È vero, come sostengono molti allievi dei miei corsi di fotografia, io non mi siedo mai in cattedra. Siedo tra i banchi. Perché i workshops costituiscono l’occasione per un incontro e un’avventura fotografica, dove siamo tutti protagonisti, maestro ed allievi. Insieme partecipiamo ad un corso di vita, dove la fotografia è il pretesto per individuare la sensibilità, la cultura, in altre parole, l’identità dell’allievo, che deve fotografare quello che pensa, non quello che vede. Tra i numerosissimi allievi, un posto particolare è riservato a Franco Sortini, nato come grafico e pittore, poi diventato uno dei fotografi creativi che più di altri, meglio di tanti altri, “rende visibile l’invisibile”, fotografando il paesaggio urbano. Come ammette lo stesso Sortini, nel fotografare le città, gli edifici, i paesaggi urbani, coglie “nella marea delle informazioni quotidiane quegli aspetti che più riescono a delineare” la sua “idea di città, con lo scopo di una fotografia che vada oltre la semplice documentazione”, rendendo visibile l’invisibile , appunto.
Parafrasando Italo Calvino de “Le città invisibili”, “le città sono immobili. Talvolta bellissime, ma non mutevoli come la pietra di cui sono fatte”. La città di Franco Sortini, “svuotata dalle persone e dalle cose”, ci si può presentare come “un luogo neutro” (nella dedica al libro intitolato “Un luogo neutro”, si legge : ”Come rendere l’immagine di queste città, senza piccioni, senza alberi e senza giardini, dove non si incontrano né battiti d’ali, né fruscii di foglie, un luogo neutro insomma?”), con i suoi edifici “multipopolari” (che richiamano le strutture architettoniche dell’ex Unione Sovietica), con gli edifici e gli spazi metafisici, immersi nel silenzio assoluto e nella più completa solitudine, dove anche le poche automobili presenti associano l’idea dell’immobilità, dell’assoluta staticità e della solitudine. Apparentemente, sono luoghi neutri. In realtà – come sottolinea Cristina Tafuri – sono territori privilegiati dell’“analisi del reale, secondo parametri individuali che tendono ad isolarne un singolo aspetto, per ampliarne al massimo il potere evocativo”, nella ricerca e nell’esaltazione dell’armonia, dell’equilibrio, con la forma che si fa sostanza. Anche in una civiltà come la nostra, conosciuta come “società liquida”, dove prevale l’attimo fuggente. Quell’attimo fuggente che Franco Sortini interpreta e immortala nelle sue fotografie di città, di paesaggi urbani, immortalati con le sue fotografie creative, all’insegna dell’armonia e dell’equilibrio. Se il paesaggio storico è quello dipinto da Ambrogio Lorenzetti nel celeberrimo “Gli effetti del Buon Governo in campagna”, dove abbiamo un sublime accatastarsi disordinato di vitigni a terrazza, ville, case più o meno estese, pascoli, aceri e boschetti, i paesaggi urbani di Franco Sortini, anche grazie alla luce abbagliante, mediterranea e ai colori morbidi e delicati – dal rosa al celeste, al paglierino, all’ocra – “tendono a somigliarsi e la globalizzazione penetra nel tessuto urbano, rendendo i luoghi sempre più simili”. 
Ma squisitamente poetici, altamente creativi-artistici.

Franco Fontana
, Modena marzo 2015

D] Franco, quando hai iniziato a fotografare?

R] Da ragazzo, per passione; ho poi aperto uno studio professionale a Salerno. Da ragazzo mi occupavo di Grafica e Pittura.

D] La passione è stata importante?

R] Fondamentale, e lo è ancora adesso. Mi piace fotografare e non sento l’obbligo nel doverlo fare.

D] Fotograficamente come ti definiresti?

R] Come una persona innamorata di quello che fa. Per vivere non basta solo guadagnare; occorre anche dare un senso alle attività che si compiono, tutti i giorni.

D] Qual è, a tuo parere, la qualità più importante per un fotografo come te?

R] L’umiltà nell’avvicinarsi alla fotografia come se fosse sempre la prima volta. Occorre poi apprendere cose nuove, in continuazione; e comunicare con gli altri. Franco Fontana ripete spesso: bisogna non essere impiegati di se stessi.

D] Hai avuto degli elementi ispiratori?

R] Franco Fontana è uno di questi: mi ha ispirato il suo modo di vedere le cose. Altri fotografi che mi hanno influenzato sono Guido Guidi, Giovanni Chiaramonte e Stephen Shore.

D] B/N o colore?

R] Ho iniziato con il B/N, ma dall’82 porto avanti solo il colore. Il motivo è semplice: mi piace interpretare la realtà con il cromatismo, usando i toni chiari e la sovra esposizione. Il B/N non mi soddisfa più.

D] Hai un’ottica preferita?

R] Il 24 mm decentrabile. Oltre il 35 mm non vado, uso sempre grandangoli molto spinti.

D] Perché questa scelta?

R] Mi piace essere dentro la scena, prendendo ciò che m’interessa. Con le focali lunghe mi sento staccato e distaccato. Chi guarda le mie fotografie deve sentirsi al centro della realtà.

D] Grandangolo anche nel lavoro?

R] A livello professionale uso spesso il Banco Ottico e il 90 mm decentrabile. Con il grandangolo sono creativo anche se, per fotografare un capannone, utilizzo gli stessi dettami che metto in pratica per lo studio personale, quindi: toni chiari e sovra esposizione.

D] Tu hai iniziato con la pellicola?

R] Non potrebbe essere diversamente. Ho utilizzato i formati più disparati, arrivando sino al 10X12 e al 13X18. Quando sono passato al digitale, l’ho fatto con Canon. L’analogico per me oggi è solo 10X12, anche se il 90% degli scatti li finalizzo in digitale.

D] Qualche rimpianto per la pellicola?

R] No, assolutamente. Per me la fotocamera rappresenta unicamente uno strumento. Io uso ancora oggi l’esposimetro esterno, questo per dirti che il passaggio al digitale ha riguardato unicamente un processo tecnologico e non un cambiamento d’approccio. Per farla breve, io scatto come un tempo. Non mi porto a casa duemila scatti sui quali eseguire la scelta, oltretutto stampo ciò che inquadro, senza mai ricorrere al crop.

D] Curi personalmente il ritocco?

R] Sì, lo faccio io; anche se la mia post produzione è ridotta all’osso. Le poche ombre sono ottenute sovraesponendo e le linee le raddrizzo con il decentrabile. Mi piace scattare pensando a quel che sarà. Rimane comunque quello che ti ho detto: lavoro personalmente le immagini a computer.

D] Dopo tanti anni di carriera, c’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] Per me, è come fosse sempre la prima volta. Per questo motivo, i progetti più belli sono quelli che devono ancora venire. In generale sono riuscito a portare a termine quanto mi ero prefissato. Mi piacerebbe passare al paesaggio naturale, perché il desiderio di intraprendere cose nuove rimane sempre forte.

D] Guardare avanti sempre, quindi …

R] Sì, è ciò che mi porto dentro da quando “faccio” fotografia. Il passato è già trascorso, il presente lo stai vivendo, il futuro è quello che conta. Questo vale per tutte le cose della vita. Si parte da quanto si è, per poi intraprendere nuove iniziative. I bambini sono belli perché per loro tutto fa parte di un sogno. Io quando compro una M/C nuova o un obiettivo li vivo come un giocattolo nuovo da scoprire.

D] C’è, tra le tue, un’immagine alla quale sei particolarmente affezionato? Una fotografia preferita?

R] Quella che deve essere ancora scattata. Per il resto, amo tutte le mie immagini.

D] Potessi scegliere, quale fotografia scatteresti domani?

R] Posso dirti la fotografia che scatterei adesso. Sai che sono fermo in autostrada, ebbene, davanti a me c’è un albero meraviglioso: vorrei lavorare su di esso. Secondo me non ci sono le grandi fotografie, ma le emozioni che ti vengono offerte: da un luogo, un paesaggio naturale, un posto qualsiasi. Un’immagine è tanto più bella se riesci a tradurre in essa quanto hai visto nel momento dello scatto, aggiungendo anche le sensazioni che hai vissuto.

D] È percepibile da parte tua una forte motivazione …

R] Sono innamorato di quello che faccio: te l’ho già detto, m’innamoro tutti i giorni. Tutto ciò diventa stimolo, è importante. Quando un Cliente mi propone un nuovo lavoro, questo deve piacermi. In caso contrario, sono anche disposto a dire no.

D] Fotografi anche in famiglia? Durante i viaggi?

R] Certamente, anche se mia moglie dice che scatto più per me che per lei. Il viaggio mi ha dato molto, perché è li che ho scoperto il “mio” paesaggio urbano.

D] Torniamo agli inizi: chi ti ha messo in mano la fotocamera?

R] Nessuno. In famiglia non c’è una persona che si sia mai occupata di fotografia. Tra l’altro ho perso il padre che ero giovane. L’interesse per lo strumento (perché è da lì che partiamo tutti) mi è nato dentro, e non so nemmeno perché. Ovviamente la prima camera me l’ha regalata mia madre, ma poi è stata dura. Da ragazzo non godevo di particolari disponibilità, così ricavavo i soldi per carte e sviluppi chiedendo piccoli compensi alle feste che venivano organizzate dagli amici.

D] Stampi da solo?

R] Ho provato, ma mi piacciono i lavori cromogenici. Non gradisco i risultati che si ottengono con l’ink jet. Il mio monitor è linearizzato con il laboratorio preferito e lì mi trovo bene.

D] La zona nella quale vivi ti ha offerto degli spunti fotografici?

R] Io sono di Caserta, anche se a dodici anni ho seguito la famiglia a Salerno. La mia terra mi ha offerto moltissimi stimoli, anche se per la cultura mi sono dovuto rivolgere fuori.

D] Segui le mostre?

R] Sì, ed espongo anche molto. L’80% del mio lavoro è dedicato alle mostre.

D] Hai mai pubblicato libri?

R] Sì: tre in collettiva, usando Polaroid; un altro l’ho prodotto documentando le serre agricole della mia terra. Di solito compongo dei libri d’artista, a tiratura limitata; ma si tratta di auto produzioni.

D] Potessi farti un augurio fotografico, cosa ti diresti?

R] Vorrei trovare sempre molta luce.

Canon Italia

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