Conosciamo Elena Preti su Facebook. Diciamo che siamo di fronte alla prima intervista nata da un social, ma non poteva essere diversamente: anche perché la fotografia fa parte del linguaggio della rete, oltre a possederne uno suo, specifico.

Elena Preti ci ha sorpreso per l’originalità (merce rara), ma soprattutto per il fronte ampio al quale si rivolge per mestiere (e passione). Opera un po’ ovunque, senza sosta; il che non deve essere letto con superficialità. Il filo legante c’è, eccome; sta nella voglia che lei ha di raccontare, forse solo se stessa. Siamo di fronte ad un grande desiderio espressivo (anche questo raro, nel periodo dei cibi precotti), che può declinarsi in uno still life, nel food, nella foto di interni, nel reportage, nella ricerca personale. Non è un caso che ami Erwitt e Gardin: questo non tanto per il valore dei due maestri, bensì per il fatto che costoro sono i depositari di uno scatto “staminale”, dai contenuti universali.

Il reportage racconta, ecco tutto; è può farlo anche nell’intimità, nell’inconscio, magari esplorando “quello che le donne non conoscono di se stesse”. È una grande sfida quella lanciata da Elena: sviscerare la donna per quello che rappresenta prima a se stessa, anche non conoscendosi. In un periodo storico nel quale la velina è “cibo” per tutti, affrontare il “femminile” non è semplice, forse anche controcorrente. Ma Elena ha coraggio, e voglia. Non avrà certo paura di mostrare i suoi sorrisi di donna di fianco alle “fatalone” di moda, e noi le facciamo gli auguri. Brava.

D] Elena, quando hai iniziato a fotografare? E perché?

R] Ho sempre fotografato. Sin da bambina amavo l’arte, la pittura; poi sono passata alla fotografia, per via dell’immediatezza. Naturalmente ho esordito con la pellicola, convertendomi al digitale con Canon.

D] Tu poi hai vinto l’incarico, il concorso organizzato da Canon …

R] È stato un gioco. Mi sono iscritta al concorso senza troppa convinzione. Evidentemente la mia immagine ha trasmesso qualcosa. Avevo ritratto una ragazza a Venezia, immersa nei suoi pensieri. Non ho operato fotoritocco, né post produzione; eppure sono arrivata a un risultato importante. Quel concorso mi ha restituito motivazione, la classica spinta in più. I miei genitori erano contro (volevano scelte concrete), così ho trovato la forza per insistere e andare avanti.

D] È stata passione?

R] Assolutamente. La fotografia ti offre il modo per esprimere qualcosa, obbedendo a un desiderio che parte da dentro. Credo che la mia generazione sia un po’ carente in tal senso. Certo, a livello lavorativo devi adeguarti, ma il “fuoco sacro” procede per altre strade.

D] La passione è comunque importante?

R] Io credo sia fondamentale. La fotografia si può coltivare per lavoro o per hobby, ma occorre sempre un sentimento trainante.

D] Come hai curato la tua formazione?

R] Ho seguito diversi corsi a Milano (Gestione delle luci, persone in studio), studiando anche la post con un Adobe Guru. Il passo successivo è stato quello di iscrivermi a un circolo fotografico, dove ho imparato la composizione e la gestione della fotocamera; frequentarlo mi ha permesso di condividere numerose immagini, che ho iniziato a leggere “da fotografo”. Naturalmente non ho lesinato le frequentazione delle mostre (quante ne ho viste!), perché ho sempre pensato che fosse importante ispirarsi a qualcuno. Certo, non ho avuto la possibilità di frequentare l’Accademia, e la ragione la conosci: i genitori. Io ho studiato ragioneria.

D] Hai avuto degli elementi ispiratori?

R] Sì, naturalmente. Si tratta di coloro che vanno verso ciò che mi piace. Direi in primis Erwitt e Gardin; di loro amo il modo di fare reportage, apprezzo come guardano le persone, come le collocano all’interno dell’immagine. Erwitt è simpatico, Gardin poetico. Di quest’ultimo ho apprezzato molto le ricerche sociali, quelle sugli zingari e sui manicomi. Relativamente al lavoro, apprezzo molto Newton e LaChapelle; poi Ellen von Unwerth per la sua giocosità.

D] Parlando di Gardin con me sfondi una porta aperta …

R] Ho visto, ero al Workshop di San Felice. L’ho conosciuto a fondo grazie a Veneto Banca, perché mi ha mandato a casa una sua pubblicazione (“Storie di un fotografo”). Avevo già apprezzato i suoi lavori su Venezia, ma manicomi e zingari erano passati inosservati. È stato un piacere conoscerlo. Può dare ancora molto alla fotografia, per come interpreta le cose.

D] Hai iniziato con l’analogico?

R] Sì e ancora ci gioco (Canon AE-1), magari con una pellicola in B/N. Il lavoro mi obbliga al digitale. Diciamo che mi diletto con la pellicola e lavoro con le nuove tecnologie.

D] Qualche rimpianto per il rullino?

R] Sì, proprio in questo momento storico della fotografia. Chi ha iniziato con l’analogico ha imparato a dedicare tempo al pensiero fotografico, a ideare l’immagine che sarà. Oggi si scatta troppo e male. Poi il digitale permette troppo “dopo”; e molti sono diventati fotografi solo per le possibilità offerte dalla post produzione. La vera fotografia è analogica ed anch’io debbo correggermi quando ho in mano una SLR digitale.

D] Sei passata subito al professionismo?

R] No, cinque anni addietro. Prima collaboravo in qualche lavoretto (matrimoni e via dicendo). Un giorno mi è capitato di lavorare per l’arredamento (interni) e lì ho capito quanto e come mi piacessero le persone. Il concorso Canon, poi, mi ha dato l’ultima spinta.

D] Fotograficamente come ti definiresti?

R] È complesso. Non mi sono mai specializzata in un settore, forse perché amo le sfide: quando mi propongono cose diverse, le faccio. Poi vado d’accordo con il cliente e le cose procedono da sole. Diciamo che faccio tante cose: still life, food, matrimoni, anche sperimentazioni circa il mondo femminile (mi piacciono le donne ironiche). Per finire, amo la “Street”.

D] Per una fotografa come te, qual è la qualità più importante?

R] Il rispetto, è importante; sommato al sapersi rapportare con le persone, comunicare con loro. Occorre essere umili e sinceri, qualità che vanno messe davanti a tante cose. Anche gli stimoli sono essenziali e bisogna far sì di essere sempre “in tiro”. Per finire, credo che non guasti una buona dose di curiosità: il voler guardare è determinante per la fotografia.

D] B/N o colore?

R] B/N, su tutto: ha un fascino tutto particolare. La foto monocromatica è più intima. Purtroppo per lavoro debbo rivolgermi quasi sempre al colore.

D] Curi personalmente il ritocco?

R] Sì, perché quando scatto ho già in mente cosa fare; poi mi piace occuparmi delle mie cose da sola.

D] Il tuo ritocco è intrusivo?

R] Cerco di evitare un ritocco energico. Nei lavori personali intervengo pochissimo; quando si tratta di lavoro, mi adeguo al cliente e alle tendenze editoriali.

D] Hai detto di fare sperimentazione “al femminile”: che tipo di donna esce dalle tue immagini?

R] Io vorrei fare uscire la donna che ho davanti. Si tratta di una sfida difficile, anche perché occorre indagare per cercare degli angoli nascosti. Essendo io donna, sono alla perenne ricerca della femminilità: la loro.

D] Vedo poca nudità nelle tue immagini …

R] Cerco di evitarlo. Del resto provo a far sì che il semi nudo risulti il più pulito possibile. La volgarità è un rischio che preferisco evitare; del resto, la femminilità non è nuda, semmai lo è l’intimo. Tieni conto che, per ricerca, uso praticamente solo delle amiche. Per me è importante il sorriso; non mi piacciono le “sensualone”.

D] Tra le tue, c’è un’immagine alla quale sei particolarmente affezionata?

R] probabilmente quella che ha vinto il concorso di Canon. Non è perfetta, tecnicamente intendo; e forse possiede anche degli errori. Mi ha comunque dato tanto.

D] Quale ottica preferisci usare?

R] Sono rimasta affezionata a lungo al 24-70 f/2,8. Anche oggi amo quella lente, anche se mi sto spostando verso le “fisse”: 50 f/1,4; 85 f/1,8; 100 macro. Scatto qualcosa anche col 16-35 f/2,8.

D] Dopo alcuni anni di carriera professionale, c’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] Sì, c’è. Io sono legata al Sud e alle sue persone. Potrei indagare su di loro, perché la mia agenzia è là, in Puglia. Conosco bene anche la Sicilia. “Gente del sud” è il progetto che vorrei ultimare.

D] Tu abiti tra Bologna e Ferrara: la tua zona ti ha offerto qualcosa fotograficamente?

R] Qui da noi è difficile. Le aziende che hanno bisogno di me sono poche. Le città più stimolanti che ho frequentato sono Berlino, Londra, Milano.

D] Potessi scegliere, che foto scatteresti domani?

R] Andrei a scattare il Cammino di Santiago: non per il pellegrinaggio, ma per le persone che lo affrontano. Per ora rimane un altro progetto nel cassetto.

D] I progetti nel cassetto aiutano la creatività?

R] Rappresentano punti fermi ai quali vuoi arrivare. È qui che la passione diventa fondamentale.

D] Street, poi reportage e racconto; alla fine lavori anche sul mondo femminile. Ma la donna deve essere anche raccontata?

R] Secondo me, sì. È complessa, ricca di sfaccettature. Viene limitata dalla società. Non voglio fare campagne femministe, ma credo che la donna debba esporsi maggiormente. Credo che la mia ricerca sia utile in tal senso, anche perché infonde coraggio: aiutando poi ogni donna a far uscire ciò che non vedono, né sentono.

D] Potessi farti un augurio fotografico, cosa ti diresti?

R] Vorrei continuare a vivere di questo lavoro, incontrando persone e situazioni che mi regalano emozioni.

Grazie a Elena Preti per il tempo e le immagini che ci ha voluto dedicare.

Canon Italia

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