Con Davide Bastianoni il “bello” diventa “buono”, finalizzato al racconto. È un fotografo di matrimonio. Conosciamolo meglio.

1° in The WPPI Awards of Exellence Album Competition Single Photographer 2015 & Grand Award; così si presenta David Bastianoni, da Campione del Mondo. Certamente ne è orgoglioso, ma non ne abbiamo parlato. Crediamo anche che il premio stia già abitando nel cassetto buono, dove si trovano le cose che non usi tutti i giorni e che ritrovi con piacere, di tanto in tanto.

Di David ci ha incuriosito l’approccio alla fotografia, l’amore che nutre per essa, la passione. Di opportunità, diciamolo, ne ha avute tante: un padre fotografo (assieme allo zio), degli studi artistici, persino quella terra (la Toscana) che convive con il bello. Le sue idee sono comunque sempre state avulse dal contingente e spesso si sono sommate alle domande; così David persegue una strada privata. Non parte tecnicamente, come avrebbe potuto in famiglia, ma si lascia trasportare dalle arti, quelle “belle” diremmo. È lì che nasce la passione: non prima, né dopo. Tra l’altro, la decisione sul soggetto (il matrimonio) è netta e senza ritorno. Non gli abbiamo chiesto perché, e forse abbiamo sbagliato, ma probabilmente nella cerimonia ha trovato il “terreno di gioco” della sua fotografia, lo spazio culturale nel quale farla vivere e prosperare. Nel “giorno del sì” c’è il racconto (forse il più importante) e tanta bellezza: quella che può diventare “cosa buona e giusta”. Già, perché qui sta il punto: nelle immagini che abbiamo visto non esiste solo una documentazione estetica, ma un continuo tentativo di dare un senso al bello, facendolo vivere non solo per come appare, ma per il contributo che può offrire all’immagine e al racconto. Quando, anni dopo, gli sposi di David rivedranno le loro immagini, non proveranno solo un rimpianto per la gioventù svanita; viceversa, saranno in grado di comprendere ricordi e stati d’animo, persino le scelte decise o rifiutate; avranno modo di conoscersi meglio, come ciascuno di noi messo di fronte alla vita, raccontata nel migliore dei modi.

D] David, quando hai iniziato a fotografare e perché?

R] A venticinque anni, dopo aver studiato fotografia e storia dell’arte. A onore del vero, il mio percorso inizia molto prima, perché “l’arte dello scatto” già abitava in casa mia sin da quand’ero piccolo. Mio nonno (sarto) era un appassionato, mentre mio padre e mio zio si occupavano di fotografia commerciale. Io divenni il loro assistente, ma vedevo l’ambiente unicamente come un lavoro, fatto di modelle, bottiglie, chassis da caricare, camera oscura e via dicendo. Tra l’altro, non andavo in vacanza con gli amici, il che aggravava la situazione. L’arte mi ha riavvicinato a quella che sarebbe stata la mia professione; del resto, a Firenze ne abbiamo tanta, particolarmente dal rinascimento in poi. Lo studio mi ha restituito quell’occhio fotografico che ha aperto il mio sguardo alla passione.

D] Quindi a un certo punto è nata, la passione intendo …

R] Certamente, anche se è cresciuta a strati: partendo da una base tecnica, divenuta poi culturale e, infine, espressiva. La fotografia di matrimonio mi ha permesso di raccontare, che evidentemente era quello che volevo fare con la fotocamera. Insomma, a un certo punto ho capito ciò che volevo ritrarre e perché.

D] La passione è stata importante?

R] È alla base di tutto, che poi ti porta a mettere in discussione ogni cosa; anche perché in fotografia l’assoluto non esiste. Del resto, la passione consente di divertirti mentre lavori. Con essa aumentano anche le domande che continui a porti, il che rende tutto maggiormente stimolante.

D] Come hai curato la tua formazione?

R] La mia formazione ha due anime: c’è una parte tecnica, maturata come assistente con padre e zio, e un’altra, derivata dagli studi artistici. Non mi è mancato nulla: camera oscura, sviluppi, stampa e nemmeno lo stimolo della pittura. Non a caso, per i miei scatti ho sempre preferito partire dall’osservazione dei capolavori riscontrabili nella mia Toscana, anche se adesso sto migrando i miei interessi verso i fotografi: Gastel, Toscani, Thorimbert, Benedusi, tra questi. Studio le loro immagini, le luci, la composizione, ma anche il comportamento personale.

D] Hai avuto degli elementi ispiratori?

R] I nomi te li ho già fatti e di alcuni ho seguito i workshop. Guardo Toscani e Gastel dal basso, ponendo su un piedistallo anche l’eleganza di Gianpaolo Barbieri, le sue luci, la composizione “cinematografica” che lo contraddistingue. La fotografia è un modo per raccontare e quella di matrimonio incarna a fondo questo concetto, persino da un punto di vista etico e sociale.

D] Fotograficamente come ti definiresti?

R] Fotografo di matrimonio, non c’è dubbio. Amo tutta la fotografia, ma io preferisco lavorare tra gli sposi; anche perché credo che lì risieda un po’ di tutto: dallo still life, al reportage, per finire al ritratto. Cambiano i contesti, ma anche nella cerimonia vive la vera fotografia.

D] Qual è la qualità più importante per un fotografo come te?

R] Ascoltare la committenza, capire chi hai di fronte; poi occorre essere veloci. Sono passati i tempi durante i quali gli sposi s’isolavano tre ore per farsi fotografare. Oggi è tutta una questione di attimi: cercati, voluti, aspettati persino. Io vengo pagato per questo.

D] B/N o colore?

R] Adoro il colore. Il B/N piace un po’ a tutti ed anche per questo il raccontare a colori rappresenta una sfida. Credo anche che lo stile monocromatico rappresenti un modo più semplice per narrare qualcosa. Sta di fatto che io faccio tutto, a prescindere: anche se le mie preferenze la hai capite. Che diamine, viviamo in un mondo a colori: non possiamo negarcelo. E poi, è la storia che conta e non la singola fotografia.

D] Curi personalmente il ritocco?

R] Per anni l’ho affrontato da solo, mentre adesso mi servo di collaboratori specializzati. Loro, sotto le mie indicazioni, eseguono gli interventi sui file, in modo certamente migliore. Io preferisco concentrarmi sullo scatto, mentre il resto è lavoro di gruppo.

D] Durante la cerimonia, scatti da solo o con degli assistenti?

R] Dipende dal matrimonio. Mi capita di fotografare da solo se gli invitati sono pochi; quando si presentano in trecento, è un’altra cosa.

D] Lavori spesso con gli stranieri?

R] Sì, non posso dire che li preferisco; certo è che con loro tutto l’approccio è diverso, particolarmente nei confronti della fotografia. All’estero si nutre un profondo rispetto per la “nostra arte” ed anche la cultura ne è colma.

D] Questo vale per tutti gli stranieri?

R] Certo: americani, giapponesi, indian, non fa differenza. Francesi e inglesi sono al top.

D] Scatti con decentrabile, perché?

R] Cerco sempre qualcosa di diverso, per questo il mio corredo è abbastanza ampio. E poi le prove mi fanno divertire. In una giornata di nove ore ci sono sempre dei momenti morti (durante il pranzo, per esempio): lì mi metto a sperimentare.

D] Mi parlavi di un corredo ampio …

R] Possiedo tutti i fissi fino al 135 mm e diversi zoom (tra questi il 24-70 e il 70-200, entrambi f/2,8), anche se adesso li uso un po’ meno. Naturalmente aggiungi anche il decentrabile. Porto sempre due Eos, più uno in borsa. Usando spesso i fissi, sento la necessità di due fotocamere al collo (per non cambiare spesso ottica). Avendole uguali, tutto diventa più facile: stessi comandi, uguali impostazioni, medesime batterie.

D] Dopo tanti anni di carriera, c’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] Spesso i progetti iniziano, per poi non finire mai. Io avevo iniziato a scattare la vita notturna, quella che mi ha accompagnato per molti anni. Col tempo vedremo cosa fare …

D] C’è un’ottica che preferisci usare?

R] L’85 mm f/1,2. È l’ottica che ho sempre sognato e che ho acquistato quando mi sono reso conto di esserne adatto.

D] Tra le tue, c’è un’immagine che resta la preferita?

R] In tutti i matrimoni che porto a termine cerco sempre l’immagine preferita: quella che ti restituisce il brivido solo a vederla. Nel mio portfolio ci sono alcuni scatti che rimangono lì più di altri, ma non riesco a eleggerne il migliore.

D] Stampi le tue fotografie?

R] Ne stampo una parte. Molti clienti mi chiedono solo i file; per altri produciamo libri, perché crediamo che in quel modo riusciamo a raccontare meglio la giornata degli sposi. Quando stampo, uso una BJ Canon; la trovo sublime, sia per il colore che per il B/N.

D] Mai fatto mostre?

R] Amo le mostre, ma non con delle mie immagini esposte. La fotografia di matrimonio non è facile in tal senso. L’evento rimane pur sempre privato e, messo al muro, pur con cerimonie diverse, diventerebbe un portfolio. Oltretutto percepirei tutto come una sorta di auto celebrazione. Forse una collettiva risulterebbe maggiormente plausibile.

D] Potessi scegliere, che matrimonio scatteresti domani?

R] Ebreo, sicuramente. Ho scattato in tanti contesti, ma gli ebrei mi piacciono di più. Nella loro cerimonia c’è un mix di emozione, divertimento e rispetto per la fotografia. Mi piacerebbe anche qualcosa di inaspettato, magari da un punto di vista culturale: una cerimonia tibetana, per esempio.

D] Le tue spose sono molto belle …

R] Sì, credo di aver ritratto delle belle spose: non solo esteticamente. Io comunque non cerco solo il bello, ma soprattutto il “buono” (come diceva Mulas).

D] Potessi farti un augurio fotografico da solo, cosa ti diresti?

R] Conoscendomi, mi auguro di non sentire mai l’appagamento. Vorrei avere, nel mio futuro, tante domande e sempre meno risposte. Sarebbe bello.

Canon Italia

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail