Incontriamo Angelo Redaelli (il professionista della settimana) nel bar attiguo al Teatro Carcano, a Milano: dove lui è il fotografo di scena accreditato.

La passione l’ha portato alla fotografia, la vita al teatro.

Crediamo che anche per il sipario nutra un amore importante; ce ne accorgiamo dalle foto e da come ci parla: di attori, registi, sceneggiature e costumi.

Le sue immagini sono accattivanti, perché pur nei tagli decisi troviamo la scena, il tutto.

Questioni di colpi d’occhio, magari di sensibilità.

Ciò che vince è comunque il cuore, perché più volte ci ripete come vorrebbe affidare il proprio lavoro a un altro fotografo: sia come archivio, che in relazione alla professionalità. Soffre quando pensa che tutto potrebbe essere perduto; noi ce ne rendiamo conto e condividiamo.

Angelo intanto continua, con perseveranza.

Lo immaginiamo, al buio, mentre come un fantasma ritrae le gesta degli attori sul palco.

Lui che è un’artista senza applausi (come tutti i fotografi) forse ne meriterebbe uno grande: per quanto ha fatto e perché vorrebbe un erede del suo lavoro. Del resto, lo si sa: show must go on.

D] Angelo, come hai iniziato e perché?

R] Ho iniziato nel 1971, semplicemente come dilettante. Mi sono iscritto alla scuola Galileo Galilei e subito dopo mi sono trovato alla Olivetti Sisted, dove avevo dei compiti fotografici. In pratica, su trattava di costruire dei materiali di addestramento. Si lavorava in diapositiva, allora (Ektachrome, soprattutto). Dopo il fallimento della società, eccomi in un laboratorio di sviluppo: dal quale ho preso spunto per aprire un’attività in proprio (Sigma Foto), che poi ho chiuso nel ’95. Ero solo, ai tempi, e gestire tutto il lavoro era difficile. Oltretutto sarebbero stati necessari investimenti ingenti, considerato che si era diffusa la stampa in un’ora.

D] Sempre fotografia anche dopo?

R] Sì, perché sono tornato agli audio – visivi, in un’azienda che si chiamava AVG. Il loro mercato era quello dei grossi meeting, delle convention, e occorreva creare degli effetti: questo per restituire dinamicità alla proiezione.

D] Sempre pellicola?

R] Esattamente, a causa della quale sono uscito da quel tipo di mercato. Stava già subentrando il PC, con tutte le sue possibilità creative e non: compreso il fatto che il Cliente poteva cambiare i dati all’ultimo momento.

D] Dopo, il teatro?

R] Esattamente. Presi la decisione di dedicarmi integralmente all’attività di fotografo di scena. Tieni conto che mi ero già avvicinato al settore, collaborando con qualche ente. Ho fatto fatica, ma mi sono travato nel mestiere più bello del mondo.

D] La passione c’è stata? Ti ha aiutato?

R] Sempre, anche quando stampavo per conto terzi. Tutto era partito come un hobby, con le stampe sviluppate nella cantina di un amico.

D] Perché il teatro come soggetto?

R] E’ stato casuale. Ero andato ad abitare vicino al Teatro Nazionale, dove l’approccio era più facile. Ricordo che dedicai uno dei primi servizi a Lindsay Kamp, col quale feci anche una mostra; cercai anche un editore, per ricavarne un libro, ma senza successo. Lui era un omosessuale dichiarato, il che ai tempi rappresentava una difficoltà. Una volta gli impedirono anche l’accesso in teatro. Debbo però dirti che ero affascinato da quel ballerino: soprattutto per le coreografie ed i costumi che portava in scena.

D] Come ti sei formato, in relazione alla fotografia intendo?

R] Solo alla Galileo Galilei, anche se ho imparato più in Olivetti Sisted che non in tre anni di corso scolastico.

D] Hai avuto dei modelli ispiratori?

R] Sì, Maurizio Buscarino: anche lui un fotografo di Teatro. L’ho conosciuto mentre lavoravo in AVG. Ricordo la sua propensione per la prosa, perché studiava molto il personaggio; rammento anche che preferiva il B/N. Io percorrerei volentieri quella strada, magari fotografando il Maestro Gianni Berengo Gardin (altro fotografo che apprezzo) intento a lavorare nel suo archivio. Oggi purtroppo non lo puoi proporre, perché, nonostante il fascino, quel tipo di lavoro non lo vuole nessuno.

D] Quali sono le qualità più importanti per un fotografo di scena?

R] L’attenzione a quanto sta accadendo, prima ancora che la tecnica: questo perché oggi lo scatto è più facile. Lo spettacolo va conosciuto in anticipo, per sapere esattamente chi entra, chi esce e quando; ci sono anche degli attori che, dopo la prima volta, non vengono più fuori. Sappi che non sempre è possibile avere tutto sotto controllo in anticipo; i costumi, ad esempio, ormai arrivano il giorno prima.

D] C’è poi la fotogenia …

R] Beh, no: siamo in Teatro, i volti sono sempre gradevoli, comunque coerenti al personaggio. Diciamo che ci sono degli attori più fotografabili di altri.

D] Altre qualità necessarie?

R] Direi che non occorre altro, se non l’estro: la capacità di cogliere il momento. Purtroppo questa è una dote che non puoi trasferire ad altri. Di fronte ad una rappresentazione, sei solo e dovresti avere l’assistente al tuo fianco. Gli spazi non lo consentono, ed è per questo che l’arte fotografica teatrale ha pochi proseliti.

D] Come momento di apprendimento, manca l’aula …

R] Esattamente, ma non solo. Lo stesso approccio allo spettacolo si sta modificando, ed anche la post – produzione è diventata importante. Certo, una dote necessaria è anche la capacità di visionare il proprio lavoro, perché dopo l’avvento di Photoshop non ci sono attenuanti: le stampe da consegnare debbono essere perfette. A tutto c’è comunque un limite. Ricordo che all’ultimo concerto di Ivano Fossati eravamo più di venti fotografi: 3 o 4 risultavano professionisti, gli altri erano ragazzini mandati dalle agenzie. Questi ultimi scattavano a raffica: sbagliato! Avrebbero dovuto concentrarsi su quanto il musicista stava facendo, o avrebbe fatto a breve; non solo, sarebbe stato bello cercare l’istante curioso, particolare: magari durante un cambio chitarra.

D] Qual è il gioco della creatività? In fin dei conti si scatta un lavoro altrui …

R] Dello scatto abbiamo già detto. Il massimo della creatività viene dopo, con l’aggiunta del fotoritocco. Il gusto che devi mettere in atto è lo stesso della pittura, alla quale m’ispiro spesso: anche quando preparo i book per i ballerini. Tra l’altro, per aggiornarmi frequento spesso delle mostre pittoriche, ancor prima di quelle fotografiche. Tornando alla domanda, durante lo spettacolo c’è ben poco da fare, se non a livello compositivo. Come dici tu, la creatività è in scena.

D] Quali sono, invece, le difficoltà cui un fotografo di scena deve andare incontro?

R] Nessuno ti aiuta. Come ti ho detto, non riesci neanche a giustificare un assistente, perché gli spazi sono angusti. Speso ti viene anche imposta la postazione da dove scatterai le immagini. A questo punto occorre fare un distinguo: il fotografo di scena un tempo scattava a sala vuota, durante le prove. Questi ormai sono i lavori più rari, perché le compagnie sono già in possesso delle loro immagini (anche autoprodotte). Quando si opera con anche il pubblico, il mestiere è un altro: quello del fotografo di spettacolo, che venderà le proprie immagini ai rotocalchi e non alle compagnie. Lì alle volte siamo ai limiti: la maschera dopo 20 minuti ti manda via!

D] Tu inizi con la pellicola: qualche rimpianto?

R] Sì, per la manualità, il gusto, il piacere. La fotografia era una magia, che usciva dalle tue mani. Lo stesso processo era affascinante e, nell’attuarlo, prendevi appunti per la volta successiva.

D] Come si comportano gli addetti ai lavori col fotografo di scena? Lo apprezzano? Collaborano con lui?

R] Le compagnie apprezzano il fotografo di scena: con loro s’instaura un rapporto di collaborazione, con anche un fitto scambio d’informazioni. Nelle prove c’è tanta elettricità e lì un fotografo potrebbe essere un elemento di disturbo. Pensa, ci sono alcuni attori che si dimenticano la parte: in quegli istanti meglio non esserci. Ad ogni modo, a me piace assistere alle prove, perché le discussioni sono tante, così come le incomprensioni.

D] Vedo spesso l’uso dell’effetto mosso (peraltro molto bene utilizzato): ti piace o è un’esigenza teatrale?

R] No, è solo gusto personale. Non penso mai di offrire al Cliente un effetto mosso, mi viene fuori in certi momenti: spesso anche durante la post-produzione.

D] Qual è l’operatività di un fotografo di scena? Quando scatta? Per quale committenza?

R] Il Cliente è il Teatro che produce e molti di questi sono a Roma. Molti Teatri ospitano solo degli spettacoli e lì il committente manca.

D] Qual è il contributo che un fotografo di scena porta allo spettacolo teatrale o anche al teatro in genere?

R] Per la comunicazione: ufficio stampa, locandine e via dicendo. Per questo motivo, le immagini debbono essere costruite in un certo modo: dando un’idea esatta dello spettacolo che andrà in scena.

D] Preferisci la prosa o il balletto?

R] Il belletto, in ogni caso: sia come spettatore, che come fotografo. Lavorare di fronte alla danza ti permette un più ampio uso della fantasia.

D] B/N o colori?

R] Credo dia averti già risposto: colore, ma solo per esigenze commerciali; per il resto, opererei in B/N, anche se solo in determinati casi.

D] Tanti anni di carriera: c’è un progetto (che potrebbe essere anche una sola foto) che ti è rimasto indietro e vorresti portare a termine?

R] Un libro, quello su Lindsay Kamp: l’editoria fotografica mi ha sempre affascinato.

D] Qual è la fotografa che ti ha restituito maggiore soddisfazione? Non mi sto riferendo al solo compenso.

R] Siamo ancora a Lindsay Kamp. E’ una sua immagine stampata in grandissimo formato.

D] Scatti in RAW

R] Sì, è importante: soprattutto quando hai a disposizione pochi scatti.

D] Ritocco: fai tutto da te?

R] Sì, perché riesco ad intervenire dove serve. Un grafico sicuramente sarebbe più abile di me, ma è sempre meglio accontentarsi dei propri metodi: soprattutto se attuati al momento giusto.

D] Tante celebrità: come ci si sente ad aver avuto a che fare con loro?

R] E’ un’esperienza grandiosa, soprattutto quando ho potuto vederli lavorare da vicino: durante le prove. Bosetti faceva ripetere le battute dieci volte e non capivo perché; quando poi veniva fuori il risultato, mi rendevo conto di cosa chiedesse. Anche questo era affascinante.

D] Se potessi farti un augurio da solo: cosa ti diresti?

R] Mi piacerebbe che qualcuno ereditasse quanto ho prodotto e raggiunto: sia in termini di archivio, che di professionalità.

Canon Italia

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