Conosciamo Andrea Simeone per merito di Franco Fontana. Lui è uno degli allievi preferiti del maestro modenese, il quale, evidentemente, del nostro ha intuito la capacità di esprimere se stesso, senza veli di false ipocrisie.

Andrea predilige le storie, il racconto. Forse è per questa ragione che ha iniziato a fotografare, il che dimostra una sensibilità antica: quella di riconoscere dileguandosi. Sì, perché anche il fotografo è uno strumento, un medium; certamente non una prima donna. Una volta fatto proprio un argomento, l’autore dovrebbe compiere un passo indietro, nascondersi, evitando di esaltarsi. Nessuno può “farsi bello” narrando, in caso contrario diventerebbe grossolana una vanità stupida, inconsueta, inutile: strumentale, per giunta.

Andrea ha fatto propri questo concetti, con naturalezza: quasi istintivamente.

Vuole raccontare e lo fa anche con la penna (è scrittore), a dimostrare che il motore del racconto è dentro di lui: pulsante, vivido, perenne, sempre accesso; prima ancora di affrontare una storia. Si tratta di un atteggiamento e pure di una qualità. Per mettere in pratica entrambi occorre essere osmotici, respirare la realtà, comprenderla, ascoltarla. Lo sviluppo del racconto viene dopo, perché questo s’inserisce in un altro, quello che Andrea conosce bene possedendolo: lungo, interminabile. Infinito.

D] Andrea, quando hai iniziato a fotografare?

R] Seriamente, nel duemila; anche se ho sempre fotografato. A un certo punto ho scoperto la Camera Oscura e un diverso modo di raccontare. Stava cambiando la mia vita e la fotografia era diventata uno strumento di autoanalisi, attorno al quale girava tutto. Ricordo che idealizzavo la donna, chiedendomi quali proiezioni avrebbero potuto avere i miei pensieri: nella pubblicità, ma anche altrove. Quella femminile non era una figura consueta, ma un’idea sulla quale lavoravo in continuazione.

D] La tua è stata passione per la fotografia?

R] Sì, poi diventata professione.

D] E’ stata importante?

R] Fondamentale. Mi restituisce energia, soprattutto quando devo ricreare. Non cerco mai di rappresentare quanto ho inteso, ma di comprenderlo a fondo, costruendoci sopra.

D] Andrea, coma hai curato la tua formazione?

R] Devo dire la verità: sono autodidatta. L’inizio della mia passione è coinciso con l’acquisto dei tre libri di Ansel Adams. Studiavo e leggevo tanto: lo faccio sempre. Cerco di approfondire per allargare la mia visione. Fotografia, cinema, letteratura e musica costituiscono i miei stimoli più importanti.

D] Possiedi molti libri?

R] Se contiamo solo quelli fotografici, ne ho una sessantina; poi ci sono i classici, i saggi e tanto altro.

D] Tra quelli fotografici, ne preferisci uno?

R] Ce ne sono due: “100 Soli” e un altro di Gabriele Croppi. Naturalmente non posso dimenticare le pubblicazioni su Robert Capa e Henri Cartier Bresson.

D] Andrea, hai avuto degli elementi ispiratori?

R] Certo, posso citarti Ralph Gibson (con il suo Deux ex Machina) e Daido Moriyama (con Labyrinth, un libro di provini a contatto).

D] Tu hai iniziato con l’analogico?

R] Sì.

D] Nutri qualche rimpianto per la pellicola?

R] No, assolutamente; anche perché sono tornato lì. Sto producendo delle panoramiche in 6X12 e delle stampe da grande formato (10X12). Digitale e analogico rappresentano due strumenti diversi e spesso le storie meritano modi differenti di operare, sin dalla fotocamera. In analogico sto ritraendo medici occidentali e pazienti del sud – est asiatico.

D] Il tuo è un ritorno all’argento, quindi?

R] Sono tornato alla pellicola, perché sentivo di dover andare piano: quasi per necessità. Con l’analogico i processi rallentano e diventiamo nuovamente padroni del nostro tempo. Nei ritratti, il soggetto fotografato intuisce maggiormente l’importanza del momento. Per finire, la pellicola conserva una magia tutta propria e la restituisce nelle varie fasi di lavorazione.

D] Fotograficamente, come ti definiresti?

R] Amo la storia, il racconto. La mia fotografia si divide tra reportage e sperimentazione. Sono anche convinto che per narrare non occorra andare lontano. La metropolitana mi ha offerto elementi di spunto per un lavoro, coerenti col mondo d’oggi.

D] A tuo avviso, qual è la qualità più importante che un fotografo come te deve possedere?

R] La capacità di ascoltare, in maniera attiva. Dopo si può raccontare. Assorbire e poi donare: questo è il segreto.

D] Curi personalmente la post produzione?

R] Ho scattato tanto in pellicola, utilizzando il cross processing. Col digitale sto tentando di tornare a quei livelli. Vorrei riscoprire una “post” leggera, quasi utilizzassi ancora l’analogico.

D] Hai un’ottica preferita?

R] Ce ne sono due: l’EF 20mm f/2.8 USM (un’ottica fissa, evidentemente) e il 24 – 105 f/4, un obiettivo decoroso, utile per molti usi: dal ritratto (medio tele) alla contestualizzazione (grandangolo). Sappi che tutte le fotografie della metropolitana le ho scattate con una G15. Non bisogna disdegnare la fotocamera compatta: è sempre a portata di mano e, per questo, rapidissima.

D] B/N o colore?

R] Non ho preferenze: dipende dalla storia che devo raccontare. Il B/N mi piace in pellicola, sviluppato e stampato personalmente in Camera Oscura. Per il colore, prediligo il digitale.

D] C’è, tra le tue, una fotografia alla quale sei particolarmente affezionato?

R] Ce ne sono un paio. La prima risale a quando ho iniziato. Si tratta di un’immagine che mi ha visto ispirato. Si vende una ragazza con una telecamera che, in ginocchio, riprende i passanti. Mi sono sentito attraversato dalla situazione. La seconda, ha una bambina come soggetto principale. Mi ha fatto camminare per un’ora dentro una baraccopoli, questo per portarmi a casa sua. Si è trattato di un dono importante e, come tale, ho percepito tutta la situazione.

D] Stampi le tue immagini?

R] Non ne posso farne a meno. Lo faccio da solo: nella mia camera oscura (ho un Durst), tratto il B/N; con una PIXMA 9000 stampo il digitale.

D] Potessi scegliere, che fotografia scatteresti domani?

R] A breve dovrei recarmi in una location particolare, un ospedale della Tanzania. Siamo nella fase dei permessi e dei contatti. Vorrei ritrarre i dottori, tutti occidentali, in uno scenario di AIDS e povertà. Scatterei lì la fotografia di domani.

D] Scatti ormai da tempo. C’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] Sì, e ha un titolo: “La mia idea nella tua”. Si tratta di un lavoro che riguarda l’immaginario e l’opinione. Tutti possiedono un’idea, ma difficilmente viene approfondita attraverso una conoscenza collettiva. Il racconto deve esser sviluppato sulla strada: l’idea nell’idea, con delle didascalie.

D] Scatti anche per te, nell’intimità dei tuoi familiari?

R] Sì, tantissimo. Mi piace farlo, anche in pellicola. Scatto, scrivo sulla stampa una data e la nascondo in casa, magari dentro le pagine di un libro. E’ bello ritrovarla, magari dopo anni.

D] Puoi dedicarti un augurio fotografico da solo: cosa ti dici?

R] Vorrei porre sempre al centro il racconto. E’ la storia a essere importante, non chi la racconta. Il fotografo deve fare un passo indietro, evitando di comportarsi come una pop star.

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