È giovane, Andrea Roer. Gestisce col padre un negozio in San Donato Milanese. Chi scrive lo conosce bene, anche perché si serve da lui per la fotografia e molte altre cose. Quando lo andiamo a trovare, è sempre immerso nei suoi lavori “artigianali”: stampa, montaggio video, calendari e via dicendo e proprio in questo risiede uno dei suoi punti di forza. Pur con la modernità (il digitale e via dicendo) non ha mai perso il senso tattile delle cose fotografiche, quelle che si toccano. Strategicamente, potremo definire quest’attitudine come una dedizione al servizio ma, dopo un’analisi più profonda, si tratta di una corretta lettura della fotografia oggi. Se è vero che si può fare molto, intervenendo su tutto il processo scatto-stampa, tanto vale immergersi a fondo, capire, lavorarci sopra e produrre. Non si può rimanere indietro: da hobbisti o operatori del settore, occorre quindi studiare e comprendere, ed è ciò che Andrea vuole fare. Si badi bene, questo apprendimento non dovrebbe essere tecnologico, ma semplicemente fotografico. “Occorre tornare a parlare di fotografia”, ci dice; e lo fa con una consapevolezza logica, motivata e sincera. La passione è un’energia che va coltivata all’interno; non contano le abilità di circostanza. Le chimere tecnologiche ci hanno fuorviato, o forse siamo stati noi, fotografi per passione, a fraintendere il tutto. Conta il contenuto, cosa si ha da dire e come lo si svolge. In questo senso la passione di Andrea è positiva, perché lungimirante, colta e vera. Ambiziosa, appunto. Bravo.

D] Andrea, quando hai iniziato a fotografare? E perché?

R] Da ragazzo mi piaceva scattare fotografie, poi nel 1998 ho iniziato a seguire un professionista di matrimoni; questo perché il genere mi sembrava maggiormente accessibile.

D] La tua è stata passione per la fotografia?

R] Sì, certamente; poi diventata lavoro.

D] La passione è stata importante?

R] Se non la possiedi, ti stanchi facilmente; anche perché la fotografia rappresenta pur sempre un ambito creativo, nel quale devi mantenere lucidità. La passione è determinante.

D] Come hai curato la tua formazione?

R] Adesso sento che vorrei curarla maggiormente. All’inizio seguivo i colleghi e ne carpivo i segreti. I fotografi erano (e sono) un po’ gelosi. Ricordo che ai tempi, nei momenti morti, andavo a sbirciare le impostazioni della fotocamera. Oggi è necessario studiare di più.

D] Si deve studiare per via del digitale?

R] No, è una questione personale e sento la necessità di un salto di qualità. Credo, però, che molti debbano seguire questa strada, perché l’immagine offre oggi maggiori possibilità espressive. Del resto, lo scatto diffuso (vedi telefonini) fa sì che debba aumentare la consapevolezza in ciascuno che desideri trarre soddisfazioni dallo scatto con la fotocamera. Chi guarda le nostre fotografie non è agnostico, ma sufficientemente edotto: almeno allo sguardo.

D] Hai avuto degli elementi ispiratori?

R] Mi piacciono molti fotografi e dedico il mio sguardo anche a coloro che non soddisfano i miei gusti. Per imparare occorre guardarsi attorno, al fine di comprendere ciò che sta succedendo, le ultime tendenze. Non possiedo comunque un fotografo di riferimento.

D] Tu hai iniziato con la pellicola?

R] Sì.

D] Qualche rimpianto per l’analogico?

R] A livello professionale, no. Prima era più difficile lavorare e questo costituiva un balzello all’ingresso alla professionalità. Per fotografare un matrimonio, per esempio, portavamo con noi il triplo dell’attrezzatura. Oggi in chiesa, durante le cerimonie, sono in tanti con la reflex, tutti a tentare di portare a casa lo scatto. Insomma, laddove c’è un pro (il digitale è meglio) viene fuori anche il contro della banalizzazione. Questo è un peccato, perché il digitale è tutto da scoprire, proprio per i risultati che è in grado di offrirti. Bisognerebbe avere la serenità per provare e sperimentare, al fine di offrire un prodotto migliore.

D] Scatti in RAW?

R] Sì, RAW e jpeg. Il formato compresso lo uso per la provinatura.

D] Curi personalmente il ritocco?

R] Sì, anche se non ho flussi di lavoro particolari. Intervengo su tre o quattro cose: il bianco (nel senso della temperatura colore), l’esposizione, il contrasto.

D] B/N o colore: cosa preferisci?

R] Dipende. Il B/N, se fatto bene, ha il suo fascino. Ovviamente il lavoro mi porta al colore; ma se faccio delle cose per me, amo utilizzare anche bianchi e neri.

D] Tra le tue c’è una fotografia alla quale sei affezionato? La foto preferita?

R] A me piacciono le situazioni, la gente, anche quando è tanta. Sono contento se molti invitati accompagnano la sposa fino in chiesa: è una bella emozione. Ecco, che le circostanze diventano più importanti delle foto che scaturiscono. Riguardando gli scatti, saltano fuori i ricordi, e sono quelli che amo.

D] C’è un’ottica che preferisci usare?

R] Direi il 24-70 f/2,8, per via della sua flessibilità. Possiedo anche un fish eye, il 70-200 f/2,8 e un 85 mm f/1,8.

D] C’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] Ci sono tanti progetti mai partiti. Il negozio, l’attività imprenditoriale che ne consegue, la famiglia, i figli (due), assorbono tanto tempo; e poi c’è la fotografia di cerimonia, che rimane pur sempre una pratica importante, sulla quale concentrarsi.

D] La cerimonia è una fotografia difficile?

R] Difficile? Forse. Affascinante? Anche. Particolare? Sicuramente. Tutto accade in un giorno, forse uno dei più importanti. C’è grande attesa, da parte di tutti; e nascono molte aspettative. Oltretutto vi sono delle fotografie che non puoi perdere. Non solo, sei sempre alla ricerca della fotografia speciale, che deve esserci, per il lavoro che fai. Insomma, anche lì occorre versare passione e dedizione.

D] Progetti comunque ne hai, almeno così hai detto …

R] Beh, sì; vorrei coinvolgere tutta San Donato Milanese, dove opero (particolarmente i negozi) in una gigantesca mostra fotografica; e poi vorrei esplorare la notte.

D] Sento ancora tanta passione …

R] Sì, che però ha lasciato un po’ di spazio alla responsabilità.

D] Potessi scegliere, che foto scatteresti domani?

R] Modelle? No. Direi paesaggi, anche urbani e notturni; e poi, le situazioni di vita quotidiana: i racconti, per intenderci.

D] Stampi da solo?

R] Sì, per me e per i miei Clienti.

D] Ti piace la stampa?

R] Sì, anche se l’ingranditore aveva un fascino maggiore. La camera chiara offre possibilità incredibili, ma rimane un po’ più freddina.

D] Oggi poi c’è il video, che parte proprio dalla reflex …

R] Quando ho avuto tra le mani la prima reflex che girava in HD, ho provato a girare mentre scattavo. La pratica si è rivelata molto difficile praticamente, ma anche nel senso del linguaggio. Quando ci si concentra da una parte, non se ne può affrontare un’altra. L’opportunità di poter girare con la reflex è comunque importante, soprattutto per via della qualità.

D] Esiste, da tempo ormai, anche il fenomeno telefonino …

R] Io lo vedo più come un blocco d’appunti, utile per programmare un progetto. C’è poi il fenomeno, come tu dici: tutto da scoprire. Sono aumentati, e di molto, quelli che scattano; chissà che alcuni di questi non vogliano di più?

D] Quando hai rilevato il negozio di fotografia?

R] Nel 2002.

D] In dodici anni, come sono cambiati i gusti della gente?

R] Sono cambiati in relazione al risultato. Con le compatte analogiche i risultati, in confronto a oggi, erano inguardabili. Col digitale tutto è migliorato e la gente si è avvicinata maggiormente alla fotografia. Oggi il telefonino, per via anche dei social annessi, sta peggiorando un po’ le cose. Rimane sempre la passione, però legata a un momento particolare della vita. Molte donne si sono affacciate alla fotografia, e questo è positivo. Si sente un po’ la mancanza dei giovani, che evidentemente sono distratti da altre parti. Occorre parlare nuovamente d’immagine, renderla un fenomeno culturale fruibile e vicino alla gente. Io sto tentando di generare incontri e corsi, proprio per ritornare alla dialettica dello scatto.

D] Potessi farti un augurio da solo, cosa ti diresti?

R] Sono molto critico nei confronti di me stesso. Vorrei migliorare, ecco tutto. È un’esortazione che mi dedico personalmente.

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