La luce oltre il buio sembra il titolo di un film, ma Alex Mezzenga ci ha fatto scoprire approcci alla fotografia inconsueti. Abituati come siamo alla casualità, ci è piaciuto molto il fatto che lui abbia incontrato l’immagine a scuola: in un percorso di studi (ci dice) che pareva fatto per lui. Desiderava la moda, ma diventa matrimonialista: a caduta, come capita a molti. Quella che pareva essere una vita perfetta, viene sconvolta dall’incontro con Franco Fontana, che lo esorta ad abbandonare certezze e abitudini, accendendo la luce sulla paura. Il mondo di Alex inizierà a cambiare, ma non solo per le soddisfazioni intrinseche (viaggi e altro); a modificarsi saranno gli stessi atteggiamenti nei confronti della vita, nella quale lui si scoprirà diverso, migliore. Merito della fotografia? Forse; anzi, secondo noi, sicuramente. Il mondo dell’immagine nasconde risvolti umani tutti da assaporare, che occorre solo cogliere; il resto non conta, o assume una dimensione diversa. Sul suo sito si legge: Le fotografie sono uno strumento per rendere reali situazioni che i privilegiati preferirebbero ignorare. L’aforisma è di Susan Sontag e parla di un racconto che in pochi vogliono ascoltare e che, invece, Alex tesse da tempo.
La fotografia di Alex è lucida, sincera e vicina. Intuiamo gli stilemi di un reportage anche classico, ritrovato però nelle stanze di oggi, dove tutto diventa “street. Lui continua a tessere, per se stesso e anche per il mondo altrui. La fotografia la considera alla stregua di un bene comune che, peraltro, può persino insegnare. La luce, allora? È quella di una narrazione infinita, iniziata forse sin dalla scuola e palesata con coraggio, proprio nei momenti di paura: quando il buio era coltre e lo sguardo altrove. Molto più in là.

D] Alex, quando hai iniziato a fotografare e perché?

R] Da ragazzino volevo fare l’orafo o il fotografo, poi ho avuto la fortuna di incontrare l’immagine all’Istituto di Istruzione Superiore “Cine Tv Roberto Rossellini”, una scuola che sembrava fatta per me. Anche i miei se ne sono resi conto e mi hanno agevolato in quella scelta. Insomma, a quindici anni sono venuto a contatto con la fotografia, iniziando gli studi superiori, con il sogno della moda nel cuore. Ho un diploma che parla di Tecnico cinematografico e TV, ma anche di direttore della fotografia. Tanta roba.

D] La fotografia ha rappresentato una scelta partita da lontano …

R] … E che mi ha portato all’estero: quattro anni in Sud America e poi, altre volte ancora, in Colombia, Argentina e Venezuela. Ricordo che tutti mi trattavano bene, solo leggendo che venivo da Roma. Gli italiani, oltre i loro confini, sono molto amati.

D] Tu sei di Roma: dove vivi?

R] In periferia, a Tor Bella Monaca.

D] Da come lo dici, sembra quasi vi sia un valore aggiunto a vivere lì …

R] In periferia puoi vivere essendo te stesso. Se fingi, vieni scoperto e gli sguardi della gente iniziano a essere pericolosi.

D] Molti dicono che i grandi progetti possono nascere solo in aree difficili …

R] È vero. A Tor Bella Monaca è nato un progetto che non avrebbe trovato vita in una zona centrale. Abbiamo fatto nascere un’Associazione per avvicinare la gente alla cultura fotografica e oggi conta quattrocento persone. In periferia non esiste solo la malavita, ma vivono valori ben più ampi, che vanno condivisi.

D] La condivisione rappresenta un grande insegnamento …

R] … Che ho appreso dal maestro Franco Fontana. Per lui, occorre gioire quando qualcuno raggiunge il successo.

D] L’Associazione ha fatto partire qualche iniziativa?

R] Sì, abbiamo deciso di fare un workshop dedicato ai ragazzi under 30. Oggi più che mai non basta un’accurata inquadratura e non è sufficiente nemmeno un B/N sontuoso; ci vogliono i contenuti. Io voglio insegnare ai ragazzi cosa possono vedere. Con una serie di esercizi loro saranno capaci di acquisire consapevolezza. È importante.

D] La tua è stata passione per la fotografia?

R] Sì, viscerale.

D] Si è rivelata importante?

R] Vitale, direi.

D] Hai avuto qualche elemento ispiratore?

R] La mia vita fotografica può essere divisa in cicli. Sin dalla scuola la moda era tra i miei desideri, ma Roma non offriva possibilità in tal senso. Non ho neanche avuto il coraggio di partire. Ho iniziato con i matrimoni, arrivando a ritrarne quarantacinque all’anno. Era la vita perfetta. Nel 2000 è avvenuto l’incontro con Franco Fontana ed è stata la rivoluzione. “Tu non devi fotografare cerimonie”, mi dice, “Inizia a raccontarti”. “Come faccio?”, domandai. “La famiglia mi pone delle responsabilità”, aggiunsi. Franco non si scompose e mormorò: “La paura è il buio, accendi la luce”. Così feci e mi ritrovai a collaborare per “l’Espresso”. Nel 2001 mi recai a Genova, per il G8; non ero ancora pronto, così scappai. Martina Cozzi, del “l’Espresso”, mi offrì il suo aiuto (grazie), insegnandomi tante cose. Nel 2003 ero già in Medio Oriente, l’anno prima di chiudere lo studio. Mi ritrovai così in giro per il mondo, tra esperienze incredibili: due anni come inviato e poi solo come free lance. Ricordo che un giorno mi persi in una foresta sconosciuta ai più. Là trovai dei contadini che mi ringraziarono, perché nessuno si era mai occupato di loro.

D] Furono grandi soddisfazioni, quindi …

R] C’è un aspetto umano nella fotografia e io mi sento molto cambiato rispetto a quindici anni addietro.

D] Dopo tanta carriera, c’è un progetto rimasto indietro che vorresti portare a termine?

R] Ho portato a compimento tutti i progetti che mi ero proposto. Oggi fare del reportage è sempre più difficile, perché sempre più frequentemente la forma sopravanza il contenuto; così ho iniziato a cercare una nuova via. Mi sto indirizzando verso il ritratto, con un’operazione di crowdfunding, dove metto a disposizione la mia idea per eventuali finanziatori. Vorrei dedicare le mie attenzioni a tutti coloro che, per la comunità, mettono a repentaglio la propria vita.

D] B/N o colore?

R] Colore, direi. Il B/N c’è, ma per motivi particolari. Credo molto nella multimedialità: foto più video. Tra i due deve crearsi una distinzione netta, così le immagini in movimento diventano a colori, mentre le fotografie rimangono in bianco e nero.

D] Ti sei mai dedicato alla foto in studio?

R] Sì, nella moda: in alcuni lavori. Ho fatto anche il direttore della fotografia per le campagne video di Deborah, a Milano. Tra l’altro, mi sento anche ritrattista. Rimanendo al Fashion, mi piace portarlo in strada. A Londra ho prodotto alcuni editoriali con lo style street. Credo comunque non si possa fare tutto: un po’ di specializzazione non guasta; se intraprendo cose diverse, le porto avanti col mio stile. Del resto, pur nei momenti difficili, non bisogna svendersi a ogni costo.

D] Mai fatto mostre?

R] Tantissime collettive (quindici) con Franco Fontana. Ho esposto anche in Colombia e a Buenos Aires. Posso persino vantare una quindicina di libri all’attivo, uno con la prefazione del Maestro di Modena.

D] Meglio la mostra o un libro?

R] Sono due cose diverse: la mostra in una decina di giorni vola via; il libro rimane per sempre. È comunque bello esporre; del resto è sempre stato un mio sogno quello di raccontare il mondo attraverso quanto vedevo.

D] Hai un’ottica preferita?

R] Sì, e abita tra i 20 e i 24 mm. Con l’APS-C uso il 17 per avere un 24 mm. Sotto questo profilo, sono molto vicino a Robert Capa (che peraltro mi ha influenzato più di altri): “Stai vicino e rimani davanti”, diceva; e così faccio io. Chi guarda le immagini è coinvolto maggiormente.

D] Tra le tue c’è una fotografia alla quale sei particolarmente affezionato?

R] Sì, riguarda dei ragazzi ripresi dall’alto, in Iraq. Non la dimenticherò mai.

D] Fotograficamente come ti definiresti?

R] Reporter puro, anche se porto avanti tanta ricerca, legata sempre all’investigazione. Insomma, torno sempre al racconto fotografico.

D] Qual è la qualità più importante per un fotografo come te?

R] Devi essere sincero con te stesso. Sembrerà banale, ma dietro ci sono i sentimenti, che servono tanto nel mio mestiere.

D] Curi personalmente il ritocco?

R] Sì, ma solo nella ricerca, non nel reportage, dove intervengo poco. Io stampavo il B/N con passione, odiando solo la spuntinatura. Dopo l’avvento del digitale, mi ci sono buttato a capofitto: desaturavo e usavo la maschera di contrasto. Spesso venivo accusato di manipolare le fotografie, ma eravamo solo agli inizi di una nuova era.

D] Nutri qualche rimpianto per la pellicola?

R] Nessuno. Il digitale è la rivoluzione, il futuro. Credo comunque mi sia servita l’esperienza analogica. Dovessi fare un lavoro all’antica, però, non troverei più né il modo, tantomeno il tempo.

D] Stampi le tue immagini?

R] Spesso. Sui muri a casa ho una sorta di personale. Sono pervaso dalla paura che tra qualche anno non avremo più nulla tra le mani. Riusciremo ad aprire l’HD che stiamo farcendo oggi? Io ne ho quattro, che affianco a vari siti in cloud, ma la paura rimane.

D] Potessi scegliere, che foto scatteresti domani?

R] Non sono stato in due posti: Cina e Corea del Nord. Desidererei andare là e fotografare.

D] Puoi dedicarti un augurio: cosa ti dici?

R] Vorrei ritrarre ciò che voglio e non quanto devo.

D] Questo vale anche per i Workshop?

R] Certo.

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