Incontriamo Vittorio Valentini a Bologna e ci è piaciuta la sua passione, l’amore per le fotografie d’autore e il garbo col quale ci ha parlato di artisti e interpreti. Abbiamo capito che lui ha guardato tanto nel corso della sua vita: la realtà, ma anche il lavoro degli altri.

Ci dice anche che ha rubato spunti e creatività, ma non si tratta una confessione: osservare le immagini altrui rappresenta una grande scuola, l’ha imparato da Zanier, e non si è mai dimenticato di quel consiglio. Del resto, il suo è un approccio a ritroso: verso l’idea staminale, il punto di partenza, il progetto. Vittorio non imiterebbe mai uno stile, perché lo usa per mettere in moto la fantasia che gli è propria.

Il resto? Una doppia vita: tra lavoro e ricerca, dividendosi tra la “gabbia” della committenza e l’esplodere delle idee; in viaggio, a casa, nella sua città. Non ci restituisce immagini, ma progetti interi; così siamo noi a sentirci ladri, costretti a segmentare una refurtiva. Eppure è la fotografia a offrirci un grande insegnamento, proprio tramite Vittorio: occorre firmare un’idea e non la spinta verso il bello. Così facendo, si può rubare tutto, a mani aperte: perché il “mal tolto” diventa elemento che si rigenera per essere restituito, dopo un lungo vagare interiore. Vittorio prende per dare, com’è giusto che sia: da buon ladro gentiluomo, appunto.

D] Vittorio, quando hai iniziato a fotografare e perché?

R] La passione è nata sin da quando ero giovane. Divento aiuto fotografo da subito, presso una grossa agenzia di pubblicità; e nel 1969 mi assumono presso il CNEN di Bologna, come responsabile dei servizi audio visivi. Ero diventato un fotografo a stipendio fisso. Parallelamente esponevo in alcune collettive, come quella al GAM di Bologna con l’aiuto di Nino Migliori.

D] Professione da un lato, “creatività” dall’altro: così sei riuscito a interpretare la fotografia?

R] La mia vita fotografica è sempre andata avanti in quel modo, su due ambiti distinti ma accomunati dallo strumento. Mi piace l’immagine a tutto tondo e cerco di mettere insieme passione, creatività e capacità espressiva.

D] La passione è stata importante?

R] La fotografia è entrata violentemente nella mia vita, sin da bambino. Nessun membro della mia famiglia poteva definirsi “creativo”, eppure mi sono appassionato all’immagine, tra forme e colori. Ricordo che mi affascinava Giacomelli e il suo B/N. I miei primi scatti erano maggiormente “astratti”: più che dalle persone ero attratto dai dettagli. Avevo lasciato l’azienda agricola paterna, dimenticando anche il diploma di geometra. Volevo fare il fotografo. Zanier stesso mi disse: “Studia fotografia” al DAMS, così ho seguito quel corso di laurea; contagiato dalle carté de visite e dalle stampe antiche. Se la mia collezione personale parte dal dagherrotipo lo devo a quei tempi, dove ho iniziato ad accumulare il materiale storico. Sono arrivati anche i libri, mentre continuavo ad assorbire i suggerimenti di Migliori e Zanier. Del primo ho sempre ammirato la fantasia (anche quella di oggi), mentre Italo mi fece capire come la fotografia fosse cultura e non tecnica, da imparare “scolasticamente” osservando il lavoro degli altri.

D] Hai avuto degli elementi ispiratori?

R] Due te li ho già fatti conoscere: Zanier e Migliori. I tempi che ti ho raccontato sono quelli dei negozi di fotografo, quando anche nei circoli si parlava di bella fotografia e non di racconto. Io mi avvicinavo al reportage, alla narrazione fotografica. Anche il lavoro recente sulle lattine rientra, a mio avviso, in quell’ambito. I riferimenti possono essere altri: dadaismo, pop art, surrealismo. È lo stesso: non mi vergogno di essere un ladro d’immagini, anche se poi applico il mio stile.

D] Altri nomi di fotografi ispiratori?

R] Direi Giacomelli, che ho conosciuto attraverso le immagini; all’epoca mi colpirono molto. Lavorando in agenzia ho ripercorso le sue tracce, usando le pellicole “meccaniche”. Tanto contrasto: anche lì ho imparato molto, amandolo peraltro.

D] Di solito la fotografia di Giacomelli è un punto d’arrivo …

R] La sua immagine è stata di rottura, divergente dalla pura ricerca estetizzante. Mi sentivo in sintonia con i suoi lavori: capivo che si può approfondire il linguaggio fotografico senza una composizione creativa.

D] Anche tu ti contrapponevi quindi a una corrente vigente …

R] Nessun circolo mi ha visto tra i suoi iscritti. Non gradivo la ricerca “tecnico-estetica”, soprattutto quando andava contro al linguaggio interpretativo dell’autore, alla sua visione. Ovviamente il mestiere mi costringeva a documentare, così sentivo la necessità di sfogarmi, di scatenare la mia fantasia.

D] Tu hai iniziato con la pellicola?

R] Sì, e anche oggi la tengo sotto controllo. Nel mio studiolo (un rifugio, anche) c’è la sala posa, ma pure una Camera Oscura dove sviluppo e stampo. Vorrei riprendere il Banco Ottico e dedicarmi alla pellicola 10X12.

D] Anche il Banco Ottico rappresenta una scelta controcorrente …

R] Il Banco Ottico è la fotografia ragionata. Se passeggi in città, vedi tanta gente che scatta in maniera compulsiva, senza la consapevolezza di ciò che fa. Col grande formato la concentrazione è a monte …

D] Poi si scatta di fianco allo strumento, senza inquadrare; ma osservando l’intera scena …

R] Vero.

D] Scattare col Banco Ottico rappresenta anche un rito …

R] C’è la sintonia con lo strumento, l’armonia d’insieme, il che è appagante. Stiamo parlando di tutto ciò che non accade oggi. Un tempo, con sole trentasei pose eri obbligato a pensare.

D] Anche il pensare alla fotografia può essere gratificante …

R] Sì, c’è un piacere nel riflettere sulle fotografie che si stanno scattando. Oggi siamo “raccoglitori” d’immagini e anche meno critici. Un tempo, nell’editoria, con il 24X36 ti giudicavano male, preferendo formati superiori; oggi pubblichiamo tutto.

D] Si percorrono altre strade …

R] L’abilità ha preso il posto del metodo …

D] Anche l’approccio alle immagini è cambiato …

R] L’archivio digitale rischia di essere morto prima ancora di nascere: lo si vive poco e male. Io sento l’immagine già mentre la creo.

D] Oggi si parla di archivio indicizzato …

R] Berengo ordina le sue immagini per servizi. Stiamo parlando di un pezzo della fotografia mondiale. In ogni lavoro riesce a infondere quella poetica che l’ha reso famoso.

D] Qualche rimpianto per la pellicola?

R] Sì, ma non mi sto riferendo alla qualità del supporto. Del resto, io non demonizzo le nuove tecnologie. Per questioni di conoscenza, il digitale ha sdoganato la superficialità. Con la pellicola occorreva una piccola meditazione. L’errore, in era analogica, veniva perdonato con difficoltà e il cervello lavorava per il risultato che si voleva ottenere. Oggi Photoshop risolve tutto, o quasi; così diventi un esperto di Camera Chiara e molto meno della realtà che vedi.

D] Mi stai descrivendo una sorta di degrado della fotografia …

R] Sì, che dipende da un’isteria collettiva: la gente non sa se vale la pena prendere o meno quello scatto. Tieni conto che io sono ancora affascinato dalla pellicola. Amo viaggiare, tra America Latina e Asia; eppure porto sempre con me una 6X6 o un’analogica in genere. Mentre documento la vacanza in digitale, arriva un momento nel quale dico a me stesso: “Qui ci vuole il rullino”.

D] B/N o colore?

R] Mi è difficile rispondere. Io non possiedo un genere in tal senso. Ci sono dei soggetti per i quali il colore diventa indispensabile, come nel mio progetto sulla Certosa di Bologna. Lì, dopo i primi scatti in B/N, ho maturato l’idea per la quale il colore fosse preferibile. Insomma, tutto dipende dal progetto che desidero implementare; anche se apprezzo molto il monocromatico per le sensazioni migliori che mi offre. Il B/N è la fotografia che mi colpisce.

D] Il tuo è un colore particolare …

R] Sì, si tratta di un cromatismo “fatto”, di sintesi. Sotto questo profilo non amo Steve McCurry, per via dei suoi colori “ruffiani”. Apprezzo maggiormente Ghirri: il suo desaturato può non piacere, ma ha creato un linguaggio.

D] C’è, tra le tue, una fotografia alla quale sei particolarmente affezionato?

R] Tra le mie? È difficile rispondere. Il lavoro che mi piace maggiormente è quello sulla Certosa, perché mi ha coinvolto appieno; in esso ci sono molte immagini che amo particolarmente. Le ho apprezzate perché in quel periodo soffrivo molto per via della perdita di mia figlia. Il culto dei morti non fa parte di me, ma io andavo a trovare Sarah. C’è un’immagine nella quale il dolore che provavo si manifestava col degrado strutturale di una statua. Tutto partiva da me. Sono convinto che quelli dedicati alla Certosa siano i miei scatti migliori.

D] C’è un’ottica preferita con la quale scatti più volentieri?

R] Sì, si tratta di un grandangolo non estremo: tipo 24-28 mm. Uso quell’ottica anche durante i viaggi, perché mi aiuta a comporre bene, sfruttando tutte le diagonali. Il tele lo utilizzo per i ritratti.

D] Dopo tanti anni di carriera, c’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] Sì, c’è; e vuole ripercorrere un po’ il lavorare non sull’uomo. Si tratta dei ritratti sacri. Ho già degli scatti, che rappresentano come la religione sia sofferenza e martirio. Ho iniziato con delle immagini di Cristo, in Messico particolarmente. Nelle Chiese poi è facile trovare stimmate, piaghe e sangue. Morte, dolore e sofferenza rappresentano l’anticamera per l’al di là. Il progetto è rimasto lì ma spero di metterlo insieme in maniera metodica.

D] Potessi scegliere, che foto scatteresti domani?

R] Vorrei produrre un’immagine leggera, che comprenda un’umanità meno angosciata. Andrei alla ricerca del sorriso della vita. In Myanmar sono stato colpito dalla disponibilità. Là ci sono miseria e dittatura. Vorrei tornare per comprendere come, pur in una situazione drammatica, tutti siano propensi alla vita in maniera spontanea e leggera. Che si tratti del buddismo? Non so, ma un secondo viaggio mi aiuterebbe a perdere quella visione pessimistica delle cose che mi accompagna da tempo. Credo poi che tutta l’umanità debba trovare una maggiore pace con se stessa.

D] Parli spesso di progetto …

R] La fotografia per me è letteratura. Traggo spunti maggiori da un racconto che da un’immagine pittorica. Il progetto è sempre il punto di partenza, e non la ricerca dell’immagine esteticamente migliore.

D] Curi personalmente il ritocco?

R] Sì, pur essendo io un’analfabeta digitale. Uso gli strumenti per ottenere i risultati che desidero.

D] Potessi farti un augurio da solo, cosa ti diresti?

R] Beh, vorrei produrre delle immagini che possano interessare gli altri, avendo a disposizione spazi per far sì che in molti possano vederle.

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