Guia Besana (1972), torinese di nascita, che attualmente vive e lavora fra Parigi e Barcellona, è l’Ambassador Canon che presentiamo questa settimana.

Essere Canon Ambassador mi ha portato a una consapevolezza diversa del mio mestiere, mi ha dato l’occasione di confrontarmi e interrogarmi sulla natura stessa del mio lavoro. Inoltre mi ha dato la possibilità di comunicare con un pubblico più vasto, attraverso le talk e i workshop.

Dopo gli studi in media e comunicazione, dal 1994 si dedica esclusivamente alla fotografa, con un particolare interesse al tema dell’identità e al mondo femminile: le donne, le loro storie e la loro anima, ritratte con forza e impegno sociale.
Ricchissimo il suo curriculum: dal 2005 lavora per l’agenzia Anzenberger, nel 2013 entra nella galleria Anzenberger e nel 2016 diventa membro della galleria 1968 di Londra.
Le sue fotografie sono apparse su “Le Monde”, “Courrier Internationail”, “New York Times”, “Newsweek”, “Huffington Post”, “MarieClaire”, “Io Donna”, “D di Repubblica”, “Vanity Fair” e sono state esposte in molte mostre in giro per il mondo.
Numerosi i premi internazionali: MIFA Moscow, Los Angeles LADCA, GRIN, MarieClaire International Award, AI AP, PWP – Professional Women Photographers, finalista al Julia Margaret Cameron Award , finalista al premio Leica Oskar Barnack.

Fra i suoi lavori citiamo i reportage fotografici Inside Teheran (2004), un viaggio fotografico nell’universo femminile iraniano; a Interview in Istanbul (2006), una serie di scatti che raccontano la condizione della donna in Turchia; la serie Traces (2005), che documenta la tragica situazione dello Swaziland, colpito dall’AIDS; The Ladybug series (2009-2010), dedicata al mondo dell’infanzia.
Nel 2012 vince il premio Amilcare Ponchielli Grin con il suo progetto personale “Baby Blues” e inizia a realizzare serie di immagini mise en scène.
 Ancora una volta la tematica di Guia è il mondo femminile: lo sguardo è concentrato sulle madri e sul mondo della maternità e il risultato è una narrazione statica e volutamente costruita, con soggetti fermi e in silenzio, ma carichi di significato, documentazione e attualità.

Creare una mise en scène significa distillare un concetto, un’idea, un sentimento o un’opinione in una sola rappresentazione, e poter così prolungare quello che è il proprio pensiero su se stessi o sul mondo.
In altre parole, non è la macchina fotografica che registra la realtà, sei tu che la utilizzi per raccontare quello che vedi e come lo vedi. Mi interessa quel momento in cui la fiction e la realtà si incontrano per raccontare qualcosa di te o del mondo che non sapevi, proponendoti alternative di pensiero. C’è una frase di Ralph Waldo Emerson che amo molto e che sintetizza bene questo concetto: “Fiction reveals truth that reality obscures”.

Scopri di più

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail